M  I  U  R

 

 

 

SEMINARIO DI STUDIO

Prof.  Giuseppe BERTAGNA

 

 

 Milano, 24 gennaio 2003

 

 

 

 

 

 

Prof. Giuseppe BERTAGNA:

 

Le responsabilità di ciascuno

Una premessa. Personalmente non conto nulla, su questo bisogna essere molto chiari, io conto per quello che dico e per quello che penso, ma poi quello che uno dice e pensa, scrive o fa è consegnato ad altre situazioni, ad altri fattori, ad altre realtà, che ne sono responsabili.

Questo deve essere detto perché non confondiate me con chi ha molto più potere di me. E’ bene distinguere gli ambiti di ciascuno per non assegnare ad altri responsabilità che sono mie e non dare a me responsabilità che sono altrui.

 

Cambiamento e utopia

All’interno di questa premessa, dico che, rispetto al lavoro che si sta facendo nella sperimentazione, sono effettivamente, con tutti i limiti, soddisfatto. E’ vero che non controllo neanche io gli avvenimenti e le risorse, però la sperimentazione l’ho seguita e la conosco. Ne sono soddisfatto perché un processo di riforma accusato di velleitarismo coglie e svela una dimensione reale e autentica del cambiamento: in educazione non esiste cambiamento che non abbia in sé il segno di utopia. Se davanti ad un ragazzo portatore di handicap, psicotico, come nel caso di Temple Grandin[1], la madre non avesse avuto la passione e la fiducia educativa di credere che questa ragazza sarebbe cresciuta non normalmente come gli altri, ma per quello che era lei insieme agli altri, con un grande sforzo di utopia, e se la ragazza, proprio per questa passione e fiducia della madre, non avesse avuto le opportunità di incontrare i ragazzi che ha incontrato, difficilmente avrebbe scritto un libro autobiografico dimostrando, così, che gli psicotici non sono affatto persone chiuse in un castello, la ‘fortezza vuota, di cui parlava Bruno Bettelheim. L’idea della fortezza vuota, circondata da palizzate impenetrabili, è un’idea deformante e deformabile.

Molte delle cose che dirò mi verranno rimproverate come scarsamente realistiche, o addirittura impraticabili. Non voglio essere provocatorio, ma dico che mi va bene e mi fa piacere perché un cambiamento deve sempre avere in sé la chiarezza di una prospettiva che non si realizza domani mattina e non si realizza nell’immediato. Indica, invece, una direzione di senso, una direzione di marcia che non arriverà mai a compimento se non troverà consenso. Per quello che posso, tento anche di essere un cattivo cattolico: il fico, si riconoscerà se è sano in base al fatto che produca o non produca frutta.

 

Prima idea utopica: tematizzare la tecnologia 

Perché è utopico ciò che vi sto dicendo? Dire oggi che dai tre ai diciotto anni per tutti i cittadini italiani, non per qualcuno, è necessario tematizzare il problema della tecnologia e anche dell’informatica, è, dal punto di vista della tradizione culturale da cui proveniamo, una autentica rivoluzione che non ha le gambe per camminare.

Realisticamente, gli insegnanti della scuola primaria non sono capaci di fare questa traduzione. Realisticamente, gli insegnanti della secondaria di primo grado, che pure possono contare su una tradizione ben più ampia, per tutta una serie di ragioni di cui voi siete anche stati protagonisti o vittime, non sono in grado di raccogliere completamente questa sfida e nemmeno gli insegnanti dell’attuale educazione tecnica. Sono appositamente provocatorio.

Sappiamo tutti com’è andata a finire con l’educazione tecnica, ma anche com’è andata a finire con l’istruzione professionale che, per innalzarsi e per nobilitarsi ha fatto il verso, sciocco, alla licealità classicistica, alla verbosità logorroica, all’idea alessandrina che solo il libro scritto e solo la lingua orale scritta, tra l’altro secondo canoni letterari, secondo canoni classicisti, potessero costruire cultura.

Se non siete d’accordo, a me fa anche piacere, mi potete interrompere.

E’ vero, sto facendo un po’ l’assertivo. Infatti, asserisco che chiedere alla scuola attuale, come oggi ancora è, di tematizzare il problema della tecnologia per gli studenti dai tre ai diciotto anni è una utopia.

Attualmente, bisogna immaginare di collegare questa utopia con la nuova formazione degli insegnanti come prospettata dall’art. 5 della legge Moratti: nuova formazione iniziale degli insegnanti, ma, nondimeno, nuova formazione in servizio degli insegnanti; ma, nondimeno, riforma complessiva del sistema di istruzione e di formazione. La ragione sta nel fatto che solo se noi possiamo contare su un percorso formativo nel quale dai tre ai diciotto anni sia stato tematizzato questo problema, declinandolo in operazioni concrete, tradotte poi in competenze per i ragazzi, possiamo chiedere ai giovani che hanno 19-20 anni di entrare in università con una formazione differente da quella che, a tutt’oggi, li vede convocati ad acquisire quattro crediti di informatica nelle università. E’ paradossale che uno studente universitario, indipendentemente dal corso di laurea affrontato,  debba recuperare quattro crediti di informatica per poter usare Windows. Dal momento che prima di arrivare in università l’uso degli strumenti informatici deve essere già una padronanza compiuta, completa, complessa e non meccanicistica, ma culturale, non c’è bisogno di richiedere i quattro crediti. Il problema della padronanza degli strumenti informatici, pertanto, non deve essere posposto.

Accade un po’ come per l’inglese. Nelle università si perde tempo con cinque o sei crediti di inglese in qualsiasi corso di laurea. Ma se l’inglese lo insegniamo dai sei ai diciotto anni o dai sei ai diciannove, come prevede la riforma Moratti, la richiesta di tali crediti si svuota completamente di significato. Anzi, se permane l’esigenza di questa richiesta, essa assume il senso di una perdita di tempo. Infatti, se dopo aver insegnato per tredici anni formalmente e per tre anni informalmente l’inglese, cioè se per sedici anni non siamo riusciti (applico questo linguaggio sapendo che non è molto pertinente con i soggetti umani, però esprime l’intenzione) a mettere un soggetto in grado di parlare disinvoltamente l’inglese, delle due l’una, o noi dobbiamo, ovviamente, cambiare il percorso precedente, che significa bruciare una scuola del percorso formativo precedente, oppure abbiamo sbagliato tutto nell’impianto metodologico, nell’impianto culturale rivolto alle persone che hanno insegnato. In sedici anni una persona deve conoscere l’inglese e, quindi, non ha bisogno di sostenere cinque o sei crediti di inglese all’università.

Allo stesso modo e nel medesimo senso, dopo sedici anni di tecnologia uno studente non deve  avere bisogno di acquisire quattro o cinque crediti di informatica in università.

 

Seconda idea utopica: connettere theoría e thécne

Questa seconda idea è quella che ispira tutto il progetto di riforma e riguarda la connessione fra theoría e thécne. Non ho bisogno di spiegare a voi che cosa sia la thécne in senso classico, però credo che anche per voi sia utile ricordare, come racconta Sofocle o come spiega Platone, o come poi riprende Aristotele, che non è possibile praticare thécne senza theoría, cioè non è possibile costruire un qualunque oggetto se prima non se ne ha l’idea in testa. La fondazione della operatività non può non essere sempre una dimensione teoretica, cioè un’idea. Quindi la thécne, se non si fonda sulla teoria, diventa stupida.

L’arte della manutenzione della motocicletta, che immagino per voi possa essere una specie di Bibbia pedagogica, spiega con molta plasticità e con molta persuasività questa dimensione. Il manipolare senza essere consapevoli delle ragioni teoriche del manipolare porta ad un livello non alto sul piano della formazione e della crescita della persona, piuttosto la mantiene ad un livello di dipendenza: accomodare l’automobile senza sapere perché, intervenendo in una determinata maniera, si ottengono determinati risultati che hanno una spiegazione scientifica, è, evidentemente, segno di subalternità culturale. Il manipolare, il mettere a posto, senza conoscerne la ragione, non è degno dell’uomo. Sono capaci di farlo anche le scimmie e altri animali. Invece, rendersi consapevoli del perché e dei fondamenti teoretici di questo perché, è tipico dell’essere umano. I babilonesi praticavano l’astronomia, gli egiziani praticavano la geometria, ma né gli uni né gli altri avevano theoría, cioè avevano appunto la dimostrazione e, quindi, Euclide, ma non avevano Tolomeo, cosa che, invece, la cultura greca ha espresso. C’è una bella differenza tra il navigare a spanne, sapendo che quella è una stella che mi porta dritto in una direzione, e invece il navigare teoreticamente, cioè sapendo perché, se opero in una determinata maniera, ottengo determinati esiti.

La connessione fra theoría e thécne è talmente densa e sistematica nella riforma che io rifiuto, e lo faccio proprio dal profondo viscerale, quella obiezione, secondo me degna di una cultura ormai sorpassata, che parla di scelta precoce a quattordici anni. Affermare questo equivale a sostenere che a quattordici anni bisogna scegliere fra un percorso teoretico, classicista, di idee, di concetti, da un lato, e, invece, dall’altro, un percorso pratico, pragmatico, dove si fanno manipolazioni, dove si fa tecnologia, dove si fa dimensione professionale. Ribadire una simile obiezione vuol dire pensare nell’implicito che ci sia davvero una separazione possibile fra theoría e thécne, vuol dire che chi fa questa obiezione è ancora ostaggio di una cultura idealistica, gentiliana. A dire il vero, Gentile non era così stupido, era molto più smaliziato. Infatti non aveva queste idee, ne aveva di connessione, ma di cultura idealistica. La degenerazione della cultura gentiliana, o della cultura classicistica tradizionale, o della cultura classista è quella dove si pensa che ci sia una persona destinata alle idee e una persona che, invece, è destinata alla dimensione lavorativa.

Perché affermo che sollevare, circa la riforma, l’obiezione della scelta precoce significa, in realtà, dichiarare di mantenerla? Paradossalmente, proprio quelli che rimproverano la dimensione classista di questa impostazione, finiscono per renderla ontologica, per dichiararla insuperabile e, quindi, la confermano, semplicemente perché pensano che, prima, sia possibile fare theoría e, solo dopo, sia possibile fare thécne, cioè che ci sia tra theoría e thécne un rapporto cronologico: prima imparo a leggere, a scrivere e a far di conto, poi invece, imparo a fare la partita doppia o a fare un sistema operativo. Prima faccio la cultura generale, quella disinteressata, quella nobile, quella del greco e del latino che, dicono, non avrebbe dimensioni tecniche, che è una clamorosa bugia, come a voi noto. Solo in un secondo momento faccio, invece, la cultura operativa, professionale, quella del lavoro. Quindi, prima espleto l’obbligo scolastico, nel quale si nauseano a tal punto i ragazzi che il 46% dei quindicenni (questo è il dato statistico attuale) non ne possono più della scuola, del modo libresco, psittacistico, memorioso, con cui si imposta l’attività scolastica. Dopo, chi ha accettato e ha questa vocazione libresca, memoristica, memoriosa di adattamento va avanti nella scuola, nei licei; a chi, invece, non riesce ad andare avanti nei licei viene riservato l’obbligo formativo. Cioè per i malati, per i feriti della scuola, per i più deboli che essa determina. Siccome, però, non vogliamo lasciarli proprio in mezzo al guado, diamo loro un percorso formativo di serie B, appunto, l’apprendistato, l’obbligo formativo della formazione professionale prevista dalla legge 30/2000 o dalla 144/99.  Gli altri sono quelli in salute oppure sono talmente sani da dichiararsi disponibili alla flessibilità, all’adattamento, al far finta di essere interessati di fronte alle richieste della scuola, benché a loro non importi niente di ciò che essa chiede. Sappiamo tutti che c’è gente che si laurea ma non ha capito niente, gente che si laurea in matematica ma non ama questa disciplina, non l’ha trasformata in essere di se stesso, perché ha imparato la doppiezza tipica della cultura scolastica classicistica ed alessandrina, che scambia la cultura per un stato, per un’etichetta sociale, più che non per un momento che fa crescere la personale capacità di giudicare, di valutare, di stare con gli altri, di relazionarsi con i problemi complessi che vengono dalla natura, dalla società e così via. E’ la capacità  di ciascuno di educarsi e di farsi migliore. Per questo la riforma tematizza, dai tre ai diciotto anni, non solo la tecnologia e l’informatica, ma, sempre dai tre ai diciotto anni, connette teoria e tecnica e non separa ciò che nella realtà è unito, visto che nessuno può fare tecnica senza teoria, e, dice Platone, se la fa, è un volgare manovale. Anche se è vero che dei volgari manovali, a volte, riescono meglio degli architetti, però, a detta di Aristotele, per caso. Cioè, accade in un caso, accade con una persona,  mentre invece con l’architetto, quando è consapevole della teoria, la dimensione è duplice, si moltiplica in continuazione, cresce su se stessa.

Allora, se non esiste separazione fra teoria e tecnica, non è neanche praticabile l’obiezione della scelta precoce, perché, farla, significa presupporre che prima non abbiamo a che fare con questi problemi e che abbiamo a che fare con essi solo dopo. Invece, come un albero che cresce, questi problemi sono molto intrecciati, sono molto uniti fino ad una certa età. Da una certa età in poi, siccome l’intelligenza non è di un tipo solo, non c’è solo quella logica, né soltanto quella espressiva (Gardner ne ha contate otto e mezzo), ma l’intelligenza è anche di tipo operativo, il ragazzo che non ha l’intelligenza di tipo operativo, forse troverà più congeniale non cimentarsi con gli on e gli off per cimentarsi con qualche altra cosa, mentre quello che ha una intelligenza di tipo operativo si cimenterà con gli on e gli off,  ma dovrà essere stato messo nelle condizioni di avere una formazione globale, completa della sua personalità. Solo questa formazione completa non lo renderà minore nella relazione con gli altri, con la religione, con la società, con i problemi, ma lo renderà adulto, maggiore, capace.

Siccome teoria e tecnica sono sempre intrecciate, sono sempre unite, la legge Moratti non prevede più le ‘passerelle’ dei muratori, quelle assegnateci dalla legge 30, quelle che evocano le assi usate dai muratori per passare da un ponteggio all’altro in precario equilibrio (cosa che adesso la legge 626 ha proibito). Infatti è facile cadere dalle passerelle perché non hanno a lato ringhiere, non hanno sostegni, quindi sono esposte al rischio. La passerella dà l’idea di un percorso non ordinario, ma di un percorso straordinario: è straordinario oggi uno che passi dagli istituti professionali ai licei. Di solito, invece, capita che chi è nei licei venga scolmato negli istituti tecnici o nell’istruzione  professionale o, addirittura, poi, nella formazione professionale. Mentre la riforma assicura e garantisce, a livello di istituto o di territorio, il laboratorio per il recupero e lo sviluppo degli apprendimenti (Larsa).

Mi spiace fare una citazione (spero non ci sia nessuno che collabora con il CEPU), però lo faccio apposta a livello universitario, per non dire i nomi delle agenzie che fanno queste operazioni a livello di scuola secondaria: finora è cresciuto un mercato delle transizioni scolastiche molto remunerativo, così, se uno ha i soldi può permettersi di fare i passaggi, perché per le passerelle incerte non si passa.

Nella riforma, invece, c’è l’idea di creare una scuola, certo non di ottocento persone, ma almeno del doppio, oppure una rete di scuole in un territorio, se lo richiede un ambiente specifico sul piano logistico e se c’è un ambiente nel quale lavorano persone che hanno costruito un know-how a questo riguardo, per rendere praticabili i passaggi tra un percorso di istruzione e di formazione professionale e il percorso dell’istruzione liceale, quindi licei. Dico percorso e non canale, anzi, me ne guardo bene dal chiamarlo così, perché i canali sono a senso unico, invece i percorsi si possono fare in e da tutte le direzioni.

Parlare in questi termini è, tuttavia, parlare di cose non normali, anzi, significa, come detto sopra, parlare di qualcosa che è pura utopia, stando all’attuale situazione. Infatti arriviamo al paradosso per cui chi doveva difendere queste idee, per ragioni che non c’entrano niente con il merito delle idee medesime, le attacca e le respinge: chi doveva essere all’avanguardia nella tradizione di queste sensibilità nel mondo degli insegnanti, si pone, invece, ad ostacolo e fa resistenza per ragioni che non c’entrano niente con il merito delle idee, che sono giudicate o troppo belle, troppo utopiche, fantasia e, pertanto, si dice che non funzionano, oppure si afferma che c’è sotto qualcosa.

Diceva Capponi, e siamo alla metà dell’Ottocento, diceva, appunto, questo laico mangiapreti, dotato, però, di grande sensibilità educativa, che in educazione o si ha fiducia o non si fa educazione. Non si ha mai l’obliquità, non si ha mai l’opacità, si ha sempre la trasparenza e si ha sempre la messa in discussione di sé. Io mi espongo dicendo queste cose e voi vi esponete dicendo le cose contrarie, se le condividete. L’educazione c’è quando ci sono due autenticità, non quando ci sono due doppiezze.

Allora dico che è proprio un’utopia da realizzare. E non vedo perché dovesse essere un’utopia da realizzare sette anni fa e, invece, non debba essere un’utopia da realizzare adesso.

 

Terza idea utopica: l’impianto ologrammatico

Ho parlato, dai tre ai diciotto anni, di tecnologia e di informatica; ho parlato di connessione fra teoria e tecnica come dato strutturale del cammino di riforma che si sta costruendo. Però, la terza idea che ora presento confligge con questo linguaggio, perché è una ripresa di uno dei più bei pensieri di  Blaise Pascal: non esiste la parte senza il tutto e non c’è il tutto senza le parti. Pascal lo riprende dalla metafisica di Aristotele quando, appunto, riflette sulla differenza fra un mucchio e, invece, un tutto e una sintesi.

Se è vero che non esiste la parte senza il tutto, non possiamo dire che ho parlato di tecnologia e informatica, perché, se lo faccio, presuppongo di costituire una resezione, cioè  di recidere dentro il tutto un pezzo che si chiama tecnologia e informatica. Magari, questo pezzo che io, appunto, de-cido (de-cidere che è tagliare dal tutto) di svolgere in un’ora o due ore settimanali e mi metto a litigare con chi ha quattro ore di italiano mentre io ne ho solo due di educazione tecnologica ed informatica. Ma non ha senso, perchè la tecnologia e l’informatica non sono educative di per se stesse. Invece, esse diventano, al pari dell’italiano, educative, quando le prendo dal loro fondamento  epistemologico e le trasformo in competenza dei ragazzi, dei giovani, le traduco, cioè, in educazione. Possiamo esemplificare questo concetto di educazione inteso in senso unitario e significativo per ciascuna persona nella sua unicità e integralità, ripensando a un recente fatto televisivo. Quando Benigni ha recitato Dante Alighieri ha fatto spettacolo ed è riuscito ad avere 12-14 milioni di italiani che sono stati a sentirlo. Ma gli spettatori non hanno, in quella occasione, ascoltato Dante Alighieri, non lo hanno gustato, non hanno trasformato Dante Alighieri in propria competenza. Hanno, invece, gustato Benigni che ha recitato Dante Alighieri, hanno, cioè, gustato l’istrionicità, l’intelligenza, l’arguzia, di un personaggio comico, e, quindi, la volgarità (è uno dei grandi contrasti dell’estetica) che si è cimentata con il massimo della raffinatezza. Il riso che si è cimentato con le altitudini del Paradiso. Il contrasto già di per se stesso ha creato coinvolgimento ed interesse, lì Dante Alighieri è stato grandissimo, Dante Alighieri ha fatto crescere le persone. Ma perché la Divina Commedia diventi davvero educazione letteraria e non sia semplicemente una cosa lontana, c’è bisogno di una grandissima mediazione didattica e culturale che va costruita.

Quanto fino qui detto ci porta, allora, alla terza idea fondamentale di questa riforma: l’impianto ologrammatico. E’ stato chiamato ologrammatico e non metafisico perché, oggi, chi parla di metafisica viene immediatamente bollato di astrattezza, se non addirittura di religiosità: per qualche incapace la metafisica ha, addirittura, a che fare con la religione. Pertanto, laicamente, siccome Edgard Morin parla spesso di ologramma, si è mutuato questo termine, ricordando, però, che il messaggio è lo stesso di Blaise Pascal e di Aristotele: non c’è la parte, non c’è la tecnologia, non c’è l’informatica, se non c’è il tutto, e il tutto della cultura degli uomini è il tutto di ciascuno di noi. Non c’è il tutto se non c’è la parte, cioè, questa volta non più l’informatica ma l’educazione informatica. Non c’è la tecnologia, ma l’educazione tecnologica.

Se così è, la innovazione/sperimentazione oggi in atto in 251 scuole dell’infanzia e prime classi/gruppo della primaria non può essere ridotta all’ora di informatica e all’ora di tecnologia. Fare una simile scelta significa tradire l’idea della stessa innovazione e, quindi, della riforma.

Qualcuno potrebbe chiedere: ma allora come si fa?

Non si può fare, innanzi tutto perché nessuno è capace di farlo, ed è vero; in secondo luogo, perché questa è un’idea, per dirla con Emmanuel Kant, regolativa, ed essendo un’idea regolativa non possiamo pretendere di applicarla domani mattina.

Sicuramente, se nella scuola primaria o nella scuola dell’infanzia o nella scuola secondaria di primo grado (uso giustificatamente termini nuovi, e non più scuola materna, elementare e media) c’è la testa di un insegnante, se c’è una persona che insegna e che non ha il tutto, cioè non riesce a superare l’esame di stato a conclusione del Primo ciclo, come potrà questa persona cogliere il tutto nella parte e la parte nel tutto? Se io presiedo un liceo scientifico di cui non riesco a sostenere l’esame di Stato, come posso io interloquire con il mio collega di matematica o con il mio collega di storia e filosofia o con il mio collega di disegno se non capisco i problemi culturali ed educativi che sono contenuti in questo genere di insegnamento? Personalmente ritengo, e non sbaglio, che l’80% dei professori di scuola secondaria di primo grado, dovendo sostenere l’esame conclusivo del Primo ciclo, riceverebbero un insufficiente…. in molte materie.

E’genericismo! Potrebbero obiettare alcuni.

Non è genericismo,  perché  sto parlando della cultura.

Cultura non è risolvere le equazioni di secondo grado o i limiti e gli integrali che mi vengono proposti in sede di esame. Cultura è capire che cosa voglia dire quando ho a che fare con un limite, capire che cosa voglia dire quando ho a che fare con un’equazione, capire la connessione tra questa idea e la pratica, perché se non ho la connessione fra theoría e thécne, le equazioni diventano per forza di cose per me indigeste, o gli integrali mi appaiono come rarefazioni intellettuali cerebralistiche che sono più segno di malattia mentale, oppure di indulgenza appiattita al farsi benvolere dal docente di matematica piuttosto che una crescita della mia testa e dalla mia maturità di persona.

Non pochi insegnanti di scuola primaria, soprattutto dopo che è stato detto loro che devono specializzarsi, hanno considerato questo invito come l’autorizzazione a pensare così: se insegno ai bambini italiano, teatro, arte e immagine, sono autorizzato a non sapere niente di tecnologia, di matematica e di scienze, a non studiare i problemi epistemologici e didattici di queste discipline e a non confrontarmi con il problema della dimensione alta della conoscenza.

Allora questa di cui sto parlando è effettivamente una utopia: insegnare tecnologia e insegnare informatica consapevoli delle connessioni con il tutto, sicuramente ad un livello che nella scuola dell’infanzia è di un certo tipo, nella scuola primaria è di un altro tipo, nella scuola secondaria di primo grado è di un altro tipo, nella scuola secondaria di secondo grado è di un altro tipo ancora. Tuttavia, non posso immaginare che il Piano degli studi degli allievi sia fatto a canne d’organo, ossia fatto a direzioni generali del Ministero dove non sa la destra che cosa stia facendo la sinistra e, quindi, ciascuno è isolato nel proprio ambiente. Questa modalità di intendere la cultura rispecchia il rito giornaliero del professore che esce dall’aula, si cambia il registro e gli studenti  cambiano scompartimento della testa, come se la loro testa fosse fatta a lamine, cioè, come se avessero le meningi di latta: c’è la meninge matematica, la meninge tecnologica, la meninge linguistica e così via.

Per portare i ragazzi da tale meccanicismo a sviluppare le proprie capacità potenziali e trasformarle in competenze, cioè in loro vita, occorre che queste medesime competenze siano praticate dagli stessi insegnanti. Resta un fatto, però. Gli insegnanti, di certo, non possono insegnare ciò che non sanno. Infatti nessuno insegna ciò che non sa, come leggiamo in Aristotele, e siccome il sapere è sapere solo se diventa personale, la risposta giusta non è più quella che risponde alla domanda: che cosa è? Ma diventa: chi sono? E’ centrare la riflessione non sul ‘che cosa’, ma sul ‘chi’.

Gesù non risponde a Pilato quando gli fa una domanda sbagliata, perché alle domande sbagliate non c’è risposta. Se vi faccio una domanda sbagliata voi non potete darmi una risposta. Se vi chiedo che cos’è la verità, voi non potete rispondermi perché la domanda è sbagliata. Pertanto, non bisogna pensare che la conoscenza, cioè gli Obiettivi specifici di apprendimento (Osa), così come sono presentati nelle Indicazioni nazionali, siano sufficienti ed autosufficienti e siano in grado di autodichiararsi. La risposta non è possibile perché non è vera: Gesù risponde non che cos’è la verità, ma dice a Pilato: io sono la verità. Non “che cos’è”, ma “io sono”.

Vale anche per l’insegnante. Se un insegnante pensa di sapere delle cose che non ha trasformato in sé, in persona, in se stesso, è un insegnante che, in realtà, non sa niente e non potrà mai insegnarlo, perché si possono insegnare concettualmente soltanto le cose che diventano persona.

La ragione è semplice: non esiste nella persona una separazione, per esempio, tra cognitività e affettività, fra cognitività e motricità. Ci hanno tormentato per decenni con gli obiettivi cognitivi e con gli obiettivi affettivi e con gli obiettivi comportamentali. Sfido chiunque di voi ad identificare un obiettivo cognitivo che non sia anche affettivo, un obiettivo affettivo che non sia anche cognitivo, o che non sia comportamentale o che non sia motorio allo stesso tempo. A meno che voi facciate degli alambiccamenti mentali che fanno supporre uno scarso equilibrio in ermeneutica. Non è possibile separare ciò che è ‘micro’. Se così fosse, poiché ciascuno di noi può insegnare solo ‘chi è’, sarebbe indispensabile che il ‘che cosa’ noi conosciamo fosse trasformato in ‘chi siamo’. Se, per esempio, insegno in una scuola secondaria di primo grado e non ho trasformato in mia cultura personale le mie conoscenze, cioè in consapevolezza che investe tutto il mio essere, ma mi limito a farne la ‘traduzione’, non  sarò certo capace di padroneggiare un insegnamento che metta in grado i ragazzi di studiare e di trasformare in loro personali competenze il limite e gli integrali insegnati, oggi, nel liceo scientifico. Per farlo, mi occorrerà molto esercizio. La cultura non è fatta solo di cose comprese, ma è fatta anche di esercizio. Se i problemi non saranno compresi dall’insegnante, egli non sarà nemmeno in grado di interloquire e tanto meno riuscirà a farli capire agli studenti.

Ecco perché non esistono, a scuola, la tecnologia e l’informatica, ma esistono, piuttosto, l’educazione tecnologica e l’educazione informatica. Se informatica e tecnologia non saranno intese come un ambiente di apprendimento, se non saranno un modo di essere quotidiano della scuola e dell’insegnante, non esisteranno. Quindi, alta tecnologia informatica, visto che parlo a tecnologi e ad informatici, ma direi la stessa cosa per chi insegna matematica e per chi insegna italiano: a scuola non esiste la matematica e non esiste l’italiano, esistono l’educazione linguistica e l’educazione matematica nel momento in cui esse sono diventate un ambiente di apprendimento tale per cui un soggetto che vi svolge la sua vita non lo considera estraneo a sé. Se così non è, se sarà protratta questa estraneità, al 46% di ragazzi che a quindici anni non sopportano la scuola non diminuiremo il numero di ore, ma lo aumenteremo. Infatti, più una persona considera un sapere lontano, estraneo a sé e più esso non diventa l’acqua in cui ella nuota, non diventa lo zucchero che si scioglie nell’acqua, ma piuttosto diventa per lei un corpo estraneo. E’ come avere in bocca un sassolino che non si scioglie, mentre invece, se abbiamo in bocca una caramella, dopo un po’ la sentiamo come un sasso, ma, in realtà, poi si scioglie e diventa noi, diventa quello che siamo.

Lo stesso discorso vale per l’informatica e per la tecnologia. Essa deve essere quotidiana, ordinaria, comune.

E nella riforma, proprio per superare l’idea di fare “l’ora di..”, separata e lontana,  si insiste in maniera, forse anche esagerata, sulla dimensione laboratoriale. Fare laboratorio significa, infatti, non impostare l’orario delle lezioni su matematica, italiano, storia, geografia, tecnologia, informatica, non dare un’idea inoculatoria della cultura, così come si fanno le punture: alle otto del mattino arriva l’infermiera, fa la puntura di antibiotico ad uno e dà le vitamine ad un altro. Non è la dimensione inoculatoria che ci interessa. Invece, ci interessa dare della cultura una dimensione, appunto, ologrammatica, effusiva. E in una tale dimensione il rapporto di apprendimento/insegnamento sarà impostato per problemi e per attività didattiche unitarie. Questa medesima dimensione ci dice perché le Indicazioni nazionali, in coerenza con l’art.8, comma 1, punto b e f del Dpr. 275/99, sono, in pratica, standard obbligatori di prestazione del servizio professionale che le scuole e i docenti sono tenuti ad erogare per promuovere le competenze degli allievi in relazione a specifici apprendimenti, e che l’Amministrazione statale è obbligata a controllare siano garantiti. Non sono, pertanto, standard di apprendimento che devono essere raggiunti e, se possibile, superati dai singoli allievi di tutte le scuole d’Italia.

Perché non sono standard di prestazione degli allievi? Non lo sono, anzitutto, perché così recita il testo. Le Indicazioni nazionali, infatti, quando scandiscono, per ogni annualità o per ogni biennio gli elenchi delle conoscenze e delle abilità da usare per l’organizzazione dell’insegnamento agli allievi, mettono la seguente premessa: alla fine dell’anno o del biennio, ‘la scuola ha organizzato, per lo studente, attività educative e didattiche  unitarie che hanno avuto lo scopo di aiutarlo a trasformare  in competenze personali le seguenti  conoscenze e abilità disciplinari’. La ‘scuola ha organizzato’, non ‘lo studente deve aver raggiunto’, ‘deve essere in grado di….’. Non lo sono, in secondo luogo, perché, se avessero avuto questa pretesa, gli obiettivi specifici di apprendimento avrebbero dovuto essere scritti non solo come sono stati scritti, ma anche nella forma peculiare di standard di prestazione, indicando, cioè, per ciascun obiettivo, il livello di padronanza atteso per tutti gli allievi. Ad esempio, per matematica in classe prima, non limitarsi a richiedere di ‘contare sia in senso progressivo che regressivo’, ma dire almeno fino a quale numero per tutti, in quanto tempo, in quale contesto, usando o non usando e quali ausili empirici ecc. In questo senso, le Indicazioni avrebbero pure dovuto dichiarare che chi non avesse raggiunto gli standard di apprendimento previsti avrebbe dovuto essere negativamente sanzionato sul piano valutativo. Avrebbero, insomma, dovuto essere caratterizzate da una chiara filosofia prestazionistica di tipo selettivo, tra comportamentismo, pragmatismo ed efficientismo pedagogico, che è, invece, forse per la prima volta dal 1977, del tutto estranea al testo ministeriale.

Le Indicazioni nazionali  ci dicono, invece, che saranno proprio le attività educative e didattiche unitarie promosse dalle scuole e dai docenti, adoperando i mattoni degli Obiettivi specifici di apprendimento, ad essere intenzionalmente rivolte ad aiutare lo studente nel trasformare in competenze personali le conoscenze e le abilità disciplinari. Altrimenti, conoscenze e abilità possono restare e sono estranee ai ragazzi; non solo, ma suscitano in loro la stessa reazione descritta da J. Swift quando ci dice che  tutti i sapienti raccontavano come nell’isola di Laputa, all’Accademia di Lagado, avvenisse l’insegnamento: c’era un immenso catino pieno di tintura cefalica dove erano contenuti teoremi, regole, norme. Bastava intingere un’ostia dentro la tintura cefalica perché essa assorbisse teoremi e dimostrazioni. Era sufficiente, poi, dare l’ostia al comunicando perché egli, deglutendola, ne digerisse il contenuto: i teoremi e i triangoli salivano, così, al cervello e diventavano patrimonio intellettuale e formativo dei comunicandi. Tuttavia, Gulliver nota che la maggior parte dei ragazzi, quando si avvicinavano a questa eucarestia pitagorica, erano sì compunti nel ricevere la particola, ma, appena tornavano al loro posto, di nascosto sputavano l’ostia e, quindi, non avevano un atteggiamento positivo, formativo, autentico per sé. Si può allora pensare che se a un ragazzo fosse inoculato, a un determinato orario, scelto come fa comodo alla scuola, secondo una regola che fa comodo agli insegnanti e alla scuola, un corso di informatica e di tecnologia che non corrisponde alle sue esigenze formative, ciò lo metterebbe nelle condizioni di non amare più l’informatica per tutta la vita.  Informatica e tecnologia diventerebbero per lui un qualche cosa di aggiuntivo, di imposto, di imperiale.  Invece ciascuno studente deve avere il diritto di costruire il proprio percorso formativo con l’équipe dei docenti che ha al suo servizio, in quanto cittadino, per la promozione al massimo livello possibile delle sue capacità e delle sue potenzialità. Perciò, proprio per l’appello al principio ologrammatico, non possiamo dire ai ragazzi: vi faccio il primo obiettivo specifico di apprendimento di tecnologia e poi il successivo e così via. E’sbagliato. Occorre, invece, organizzare il processo di apprendimento nell’arco del biennio, meglio ancora, nell’arco degli otto anni, guardando, fin dall’inizio, al Profilo Educativo Culturale e Professionale (PECUP) dello studente, il Documento nazionale prescrittivo che esplicita agli insegnanti, ma anche a genitori e studenti, il’chi’, cioè quello che ogni allievo alla fine del Primo ciclo e del Secondo ciclo deve sapere (le conoscenze disciplinari e interdisciplinari) e fare (le abilità operative o professionali) per essere l’uomo e il cittadino che è lecito normalmente attendersi che sia, a 14 anni e a 19-18 anni. In questa prospettiva il Profilo mette in luce come il culturale e il professionale siano occasioni e strumenti per l’educativo personale e come le conoscenze disciplinari e interdisciplinari (il sapere) e le abilità operative (il fare) apprese ed esercitate non solo nel sistema formale (la scuola), ma anche in quello non formale (le altre istituzioni formative) e informale (la vita sociale nel suo complesso), siano e siano state, per il ragazzo, davvero formative nella misura in cui sono effettivamente diventate  sue competenze personali.

Si può dire, quindi, che il Pecup tracci le competenze attese da un preadolescente e da un giovane alla fine del Primo ciclo e a conclusione del Secondo ciclo, dopo 12 anni di esercizio del diritto-dovere all’istruzione e/o alla formazione e, comunque, con il conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età.

Da parte nostra, noi insegnanti possiamo essere tali solo conoscendo bene tutto ciò che è scritto sia nel Profilo educativo culturale e professionale, sia nelle Indicazioni nazionali per ciascun grado scolastico. Noi insegnanti dobbiamo prendere le conoscenze e le abilità elencate per ragioni pragmatiche e non pedagogiche nelle Indicazioni nazionali, conoscenze e abilità che, peraltro, abbiamo approfondito sul piano epistemologico e culturale, dobbiamo maneggiarle professionalmente e, se siamo dei bravi insegnanti, a noi spetta il compito di trasformarle in attività didattiche ed educative unitarie che diventano competenza dei ragazzi. Si tratta, appunto, delle Unità di apprendimento, che, elaborate in itinere, andranno a costituire il Piano degli Studi Personalizzato del gruppo classe, potranno avere eventuali curvature per singoli allievi e costituiranno il serbatoio da cui attingere per il Portfolio delle competenze personali di ciascun ragazzo. Le Unità di apprendimento (UA) non hanno più niente a che fare con le Unità didattiche, perché le Unità didattiche (UD) sono incompatibili con la impostazione della riforma. Per l’UD è la disciplina che, seguendo quanto indicato dai programmi ministeriali, viene suddivisa in fasi logicamente concatenate che compongono il lavoro annuale programmato dal docente; l’UD è un “tassello” del programma, è una parte dello sviluppo intrinseco della disciplina e della sua logica epistemologica. Per l’UA, invece, il punto di partenza è l’alunno, o il gruppo di alunni, e, soprattutto, i suoi, i loro problemi. I docenti, conoscendo bene il Pecup e le Indicazioni nazionali, in altri termini conoscendo bene che cosa bisogna adoperare per promuovere le competenze degli allievi (conoscendo bene quali conoscenze ed abilità bisogna insegnare), sono i competenti garanti della trasformazione degli obiettivi specifici di apprendimento dettati a livello nazionale in Obiettivi Formativi adatti a ciascun gruppo classe e a ciascun ragazzo, utili e per ciascun gruppo classe o allievo, dotati di senso e di forza esplicativa dei loro problemi di partenza. Per questo le UA, se è vero che non possono non costruirsi a partire da un progetto di massima, trovano la loro sistemazione davvero definitiva solo alla fine del loro svolgimento. A voler schematizzare, mentre le UD vengono definite nella fase di programmazione all’inizio dell’anno scolastico o dei periodi intermedi secondo obiettivi a breve, medio e lungo termine, per le UA vale invece un'altra impostazione: all’inizio dell’anno scolastico, il docente tutor e l’équipe dei docenti, alla luce della situazione e dei bisogni formativi degli allievi e delle famiglie, fanno una ipotesi di lavoro di massima. La compilano tenendo conto e combinando tra loro da un lato i vincoli di traguardo posti dal Profilo, dagli Obiettivi generali del processo formativo, dagli Obiettivi specifici di apprendimento e, dall’altro, la reale condizione degli alunni a lui affidati. Questo percorso a maglie larghe è quello che consente a ogni docente di coordinarsi. Il cuore dell’UA, però, non è qui. Questa è, per così dire, la precondizione. La vera sfida per ogni docente, infatti, è quella di mantenere aperta giorno per giorno la congruenza tra realtà ed esperienza degli allievi e quadro di massima tracciato; per questo dovrà via via adattare agli alunni ed alle loro specifiche situazioni problematiche i propri interventi, senza perdere di vista gli Osa, ma anche sapendo che se non sono ogni volta trasformati in ‘obiettivi formativi’ per i ragazzi che ha dinanzi è inutile proporseli come valore educativo e culturale. Il bravo insegnante si vede dalla competenza che ha di arrivare a destinazione, però scegliendo in ogni momento la strada più adatta, e preferita, per ciascun gruppo classe e allievo, che ovviamente devono partecipare alla sua scelta.

Da quanto detto, si ricava che siamo ormai fuori dalla stagione della programmazione fatta a settembre per tutto l’anno, che, comunque non serviva a nulla perché quello che un insegnante programma a settembre ad ottobre già non è più rispettato. Viene da pensare al protagonista del romanzo di Laurence Sterne, Tristram Shandy, del 1760, che aveva intrapreso la scrittura della sua autobiografia. Voleva non tralasciare nulla di quanto gli era accaduto per essere al massimo trasparente. Dovette abbandonare il proposito perché in due anni di duro lavoro era riuscito soltanto a descrivere due giorni. Analogamente, il Carlos Argentino Daneri di Borges, che aveva deciso di dedicare la sua vita a una descrizione completa dei luoghi della terra, dopo anni senza riposo, era riuscito a sbrigare soltanto alcuni ettari dello stato del Queensland, nonché un gasometro dalle parti di Vera Cruz[2]. Se si desidera pianificare completamente, con precisione, istante dopo istante, senza discrezionalità,  oggi quello che si farà domani, significa, dunque, condannarsi a lasciarsi forzatamente sorpassare dalla vita reale: domani è già passato, mentre sto ancora pensandone o scrivendone lo svolgimento intenzionale e controllato. In più è passato in maniera molto diversa da come lo si era previsto e si riteneva di poterlo controllare. Non si tratta, però, di snellire, semplificare, selezionare, gerarchizzare la pianificazione, quanto, anzitutto, di agire bene, con responsabilità, e, dopo l’azione, ricavarne i migliori insegnamenti critici per agire ancora meglio. In una parola, essere professionalmente competenti. Ma trent’anni di obiettivismo, di obiettivite, di programmazionite ci hanno obbligato ad immaginare che ai primi di settembre bisogna programmare le Unità didattiche che poi, quando si va nel concreto dell’esperienza non funzionano oppure vengono tradite, giustamente perché si è intelligenti.

 

Quarta idea utopica: l’inerzia mentale.

L’inerzia è un fenomeno fisico che, però, se è vero che c’è l’ologramma, non è solo fisico ma è anche psichico, è anche intellettuale; quindi, l’inerzia è un fatto dell’uomo.

Nell’ultimo decennio del secolo scorso abbiamo avuto una rivoluzione sul piano ordinamentale e sul piano costituzionale, ma nemmeno quelli che l’hanno votata, purtroppo, se ne sono accorti, anzi, adesso, se potessero, direbbero: cosa è successo, che cosa abbiamo votato? Mi riferisco al modificato Titolo V della Costituzione. Qualunque cosa ciascuno di noi ne pensasse prima del 7 ottobre 2001 quando è andato o non è andato a votare per il referendum confermativo, questo, dopo, è diventato la nostra Costituzione e non abbiamo più il diritto di metterlo in discussione, nessuno. Invece, abbiamo il dovere di applicarlo fino in fondo: applicare fino in fondo una modifica costituzionale che cancella lo Stato nazione inventato da Napoleone, cresciuto con la scuola di diritto tedesca, che nel Novecento è giunto fino all’assurdo: dalla culla alla tomba lo Stato pretendeva di accompagnare con proprie strutture un soggetto e di governare addirittura le sue preferenze, le sue scelte, con la pianificazione. E’ utile leggere, in proposito, il libro di Giovanni Jerbis, psichiatra, maoista degli anni Settanta, e vedere che cosa scrive adesso su quel periodo per rendersi conto di  quanto fosse vero l’impianto culturale di cui vi sto parlando adesso. Questo Stato nazionale, cresciuto così, non esiste più, non deve più essere il paradigma in cui si identifica lo Stato italiano. Non per niente il programma di storia nella terza classe della scuola secondaria di primo grado riformata comincia con Napoleone e finisce con il 2001: in questo arco di tempo si consuma un’idea fondamentale, quella dello Stato nazione. Alla fine del secolo scorso, sopra lo Stato nazione c’erano 1850 enti sopranazionali e sotto lo Stato nazione c’erano quasi 180 regioni solo nella UE. Ma molti più soggetti di fianco. Con il riaffermato principio di sussidiarietà  (nuovo art. 117 nel Titolo V della Costituzione) la scuola non può fare ciò che può essere fatto dalla famiglia, né il Comune può fare ciò che deve o può essere fatto dalla scuola e dalla famiglia; la Provincia non può fare quello che può essere fatto dal Comune; solo residualmente lo Stato può fare qualcosa. Cioè, solo ciò che non può essere fatto più in basso, per criteri di uniformità e di adeguatezza lo si può fare in alto.

Ebbene, ho richiamato questo principio per introdurre il tema che mi interessa circa le Indicazioni nazionali e le Raccomandazioni. Il fatto che lo Stato, adesso, non abbia più il compito di gestire la scuola, perché la scuola viene gestita dalle istituzioni scolastiche, addirittura protette costituzionalmente, ed il fatto che sia gestito (art. 117, comma 2 della Costituzione) in via esclusiva dalle Regioni il sistema di istruzione e il sistema di formazione professionale, e che la scuola dell’infanzia, la scuola primaria, la scuola secondaria di primo grado e i licei siano gestiti in maniera concorrente dalle Regioni, significa, da un lato, che lo Stato detta solo i principi, nemmeno le norme generali, della gestione, e, dall’altro, che la gestione compete alle Regioni.

Anche di fronte a questi temi si può dire che sono utopia. E’ vero, ma non possiamo nemmeno far finta che il Titolo V non ci sia. In Italia abbiamo avuto una Costituzione, nel 1948, che nel 2003 non è stata ancora attuata, e, adesso, non vorrei che si fosse votata una Costituzione nel 2001 che nel 2090 non sarà ancora stata attuata. Con la pazienza delle persone sagge, ma anche con la schiettezza di chi non imbroglia i costituenti, dobbiamo capire che è cambiato l’equilibrio e che non c’è più l’impianto gerarchico del passato, ma l’impianto poliarchico del presente.

Che cosa c’entra questo con i documenti nazionali della riforma? Basta pensare alla netta separazione che esiste fra Indicazioni nazionali e Raccomandazioni. In proposito, ho letto perfino di qualcuno che pretendeva che nelle Indicazioni lo Stato sposasse una epistemologia, per esempio, fenomenologica, che porta a costruire nella scuola dell’infanzia la proposta di organizzare le attività educative e didattiche attraverso i cosiddetti campi di esperienza, quelli degli Orientamenti del 1991. Ma se io sono un idealista e lo Stato mi deve imporre la sua impostazione fenomenologica, io rivendico il diritto di non aderire a questa impostazione. Allora, quando sento che qualcuno osserva che i campi di esperienza della scuola dell’infanzia sono stati ridotti da sei a quattro, mi deprimo, perché non solo questo vuole che uno Stato dovrebbe sposare una particolare filosofia dell’educazione, una particolare epistemologia dell’educazione e così via, cosa già di per sé preoccupante, ma, mi deprimo ancor più, perché chi fa questa obiezione non ha capito che i campi di esperienza di cui si parla nelle Raccomandazioni non hanno niente a che fare con gli obiettivi specifici di apprendimento (Osa) e con i titoli che raccolgono gli obiettivi specifici di apprendimento così come scritti nelle Indicazioni. Questo è esplicitato nei Documenti nazionali, basta andare a leggerli. C’è, infatti scritto che l’elenco degli obiettivi specifici di apprendimento nelle Indicazioni ha dei titoli che non hanno nessuna funzione epistemologica. Essi hanno solo una funzione pragmatica, quindi non vogliono esprimere una teoria, ma la rimandano ai soggetti a cui spetta in base al principio di sussidiarietà prima richiamato (art.117 della Costituzione) e in base al rispetto della professionalità delle scuole nella loro autonomia di ricerca e di sviluppo. Pertanto, gli obiettivi specifici di apprendimento hanno certamente dei titoli (tecnologia, informatica, italiano, inglese), ci mancherebbe altro! La titolatura più ordinata di cui oggi noi disponiamo per trasmettere una enciclopedia segue l’ordine alfabetico oppure l’ordine disciplinare, nelle Indicazioni nazionali c’è un ordine disciplinare, mentre nella realtà delle attività scolastiche ritorniamo all’impianto ologrammatico di cui sopra si è detto.

Invece, circa le scelte epistemologiche che troviamo nelle Raccomandazioni (che probabilmente sono anche in molte Indicazioni e che, per questo, a mio avviso, andrebbero tolte perché non funzionano e non possono essere più date da un documento nazionale prescrittivo), esse ci dicono che le Raccomandazioni  non hanno altro scopo che quello di dire agli insegnanti: solo se volete, solo se non siete voi disponibili per conto vostro ad applicare in maniera intelligente, professionalizzata e così via, gli obiettivi specifici di apprendimento, potete ispirarvi alle Raccomandazioni, ma queste non sono un alibi per la vostra professionalità, nessuno può venire a sostituirvi nella responsabilità di scegliere un impianto epistemologico che vada bene per la situazione in cui vi trovate e di cui dovete rendere conto, per la prima volta, non solo ai vostri allievi e alle famiglie, ma anche al Servizio nazionale di valutazione  (Invalsi) con tutti gli strumenti che verranno appresi. Perciò, da un lato, è vero che le Raccomandazioni potrebbero essere scritte da chi vogliamo, ma se a me non piacciono, non le leggo, ne faccio altre, ne scrivo altre, metto in rete delle alternative, faccio delle controproposte: questa è la libertà della cultura e la libertà dell’intelligenza. Dall’altro, è altrettanto vero che devo rendicontare, accountability, che alla fine degli otto anni (Primo ciclo) ho costruito attività educative e didattiche unitarie con i mattoni, volgari, degli Obiettivi specifici di apprendimento, cioè con le conoscenze e le abilità mediate nelle Unità di apprendimento che faccio io, con i metodi che voglio io, con l’impianto e l’organizzazione epistemologica che voglio io e che, comunque, alla fine devo rendicontare si siano trasformati in competenze dei ragazzi, vale a dire in ciò che il Pecup prescrive. Ecco perché parlo di inerzia a proposito di  Indicazioni e Raccomandazioni. I due documenti nazionali non devono essere letti insieme. Le Indicazioni devono essere lette per sé e interpellano ciascuno di noi, e solo se non ci dicono niente, solo se, avendole davanti, io riconosco di non essere in grado di andare avanti, allora comincio a girarmi attorno, guardo le Raccomandazioni, vado dai colleghi, ne trovo altre e costruisco così la mia professionalità.

In questo percorso ho a disposizione anche il Servizio nazionale di valutazione che mi dà informazioni. Per esempio, se risulta che nessuno dei miei ragazzi sa comprendere, ricordare, riferire i contenuti di un testo ascoltato alla fine della prima classe, che cosa vuol dire questo? O che il Servizio nazionale di valutazione ha fatto una prova sbagliata, perché per me, invece, i ragazzi sono in grado di comprendere, ricordare, riferire i contenuti di un testo ascoltato, oppure che, se so che i ragazzi non sono veramente in grado di farlo, per me va bene che ciò risulti perché, in questa maniera, rendiconto, davanti al territorio, uno stato evolutivo molto basso che devo recuperare con il tempo, assumendone io le responsabilità.



[1] T. Grandin, Pensare in immagini (e altre testimonianze della mia vita di artistica). Erickson, Trento 2001

[2] Cfr. J.L. Borges, L’Aleph (1949), trad. it., Feltrinelli, Milano 1959, pp. 150 e ss.