RIFORMA DELLA SCUOLA
RAPPORTO FINALE del
GRUPPO RISTRETTO di LAVORO
costituito con
D.M. 18 luglio 2001 n.672
ROMA 28 novembre 2001
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Rapporto finale
del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.m. 18 luglio 2001, n. 672 |
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Parte I L'ipotesi elaborata dal Gruppo Ristretto di Lavoro (a cura di Giuseppe Bertagna) |
| Introduzione
Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca,
con decreto ministeriale n. 672 del 18 luglio 2001, ha istituito un
Gruppo ristretto di lavoro (Grl) allo scopo "di svolgere una
complessiva riflessione sull'intero sistema di istruzione e, nel contempo,
di fornire concreti riscontri per un nuovo piano di attuazione della
riforma degli ordinamenti scolastici, ovvero per le eventuali modifiche
da apportare alla legge 30 del 10 febbraio 2000".
Il Grl, per adempiere al mandato di studio ricevuto, ha proceduto
lungo quattro direzioni di ricerca. (1) Scuola dell'infanzia e primaria (7-8 settembre
2001): Bertolini Pietro; Laneve Cosimo; Mantovani Susanna; Prioreschi
Mariangela (AIMC); Riboldi Mario (DIESSE); Morgano Luigi (FISM); Cerini
Giancarlo (CIDI); Frabboni Franco; Scurati Cesare. sia i risultati della consultazione dei sessanta consigli di classe
e di istituto hanno permesso di assestare in itinere, in base alle
osservazioni ricevute, numerosi elementi di dettaglio e qualche tratto
strutturale della ipotesi iniziale. Il risultato finale di questo
lavoro di confronto è iconizzato nei quattro schemi allegati,
uno di sintesi complessiva, gli altri tre dedicati al segmento secondario
e superiore, schemi poi spiegati e giustificati nei due Capitoli che
compongono la Parte I del presente Rapporto. Significato e limiti del Rapporto Il significato di questo rapporto va colto nell'ambito del percorso compiuto dal Gruppo ristretto di lavoro (Grl), così come tale percorso viene specificato al successivo punto dedicato alla metodologia e al sommario del rapporto stesso. Materiali di lavoro. Realismo e innovazione. Prospettive. Dallo Stato alla Repubblica. Il Gruppo Ristretto di Lavoro Giuseppe Bertagna, università di Bergamo (Presidente), Norberto Bottani, direttore del Dipartimento Innovazione Educativa del Cantone di Ginevra (Svizzera), Giorgio Chiosso, università di Torino, Michele Colasanto, università Cattolica di Milano, Silvano Tagliagambe università di Sassari, sede di Alghero.
L'art. 1 c.1 della legge 30/2000 parla di "sistema educativo
di istruzione e di formazione". Anche nel suo prosieguo, la legge
presuppone che, mentre l'istruzione e la formazione siano due dimensioni
diverse, ambedue siano educative e debbano costituire un "sistema
educativo".
La legge costituzionale 18 ottobre, n. 3 ha certamente innovato numerosi
e rilevanti aspetti del governo e della gestione del "sistema
educativo di istruzione e di formazione". Il Grl ha tuttavia
proceduto all'espletamento del compito che gli è stato affidato
senza entrare nel merito delle competenze che, con la nuova norma,
sono di riserva esclusiva statale o regionale, oppure sono a legislazione
concorrente.
Le più recenti indagini internazionali hanno attenuato il
tradizionale compiacimento sulla qualità degli apprendimenti
che sarebbero assicurati dalla nostra scuola primaria, secondaria
di I grado e secondaria di II grado. Siamo molto spesso sotto la media
dei Paesi Ocse. Altre indagini nazionali hanno esplorato la qualità
degli apprendimenti dei nostri giovani laureati e hanno dovuto riconoscere
che, accanto a punte di vera e propria eccellenza, esiste un buon
terzo dell'universo rappresentato che non va oltre livelli gravemente
insoddisfacenti. |
| Se ciò non avviene e ad essi si aggiungono altri
due debiti nel primo anno del biennio successivo, scatta la ripetenza
di questo primo anno. La settima leva si presenta nel potenziamento della formazione superiore, successiva all'istruzione e alla formazione secondaria, sia essa a tempo pieno sia essa in alternanza. La scelta, ci si augura, dovrebbe avere un effetto a cascata: potenziare e qualificare sempre più e meglio, nello specifico, anche i percorsi della formazione secondaria, naturalmente attirati, in questo modo, verso l'alto. L'ultima, infine, si rintraccia nel porre le condizioni operative, in termini di uomini, di metodi e di strutture, per dare finalmente attuazione all'art. 6, c. 1 del D. M. 509/99 che, come è noto, da un lato, obbliga le università, e nella nostra ipotesi anche i corsi della formazione superiore, a predisporre prove circa "il possesso o l'acquisizione di un'adeguata preparazione iniziale" dei giovani che domandano l'ammissione ai corsi di laurea o di formazione superiore e, dall'altro, "se la verifica non è positiva", ad indicare "specifici obblighi formativi aggiuntivi (al normale piano di studi universitario, n.d.r.) da soddisfare nel primo anno di corso" (ivi). Equità Don Milani era solito ricordare che nulla è più ingiusto
che fare parti uguali tra disuguali. Dare di più e meglio a
chi ha meno e peggio è uno dei principi generali cui il Grl
ha cercato di ispirare la proposta di riforma del sistema educativo
di istruzione e di formazione. La giustizia intesa come equità
non si promuove, infatti, con l'uniformità distributiva, ma
con la differenziazione individualizzata degli interventi e dei servizi.
Ciascuno deve essere posto nelle condizioni di sviluppare al meglio
le proprie capacità e di trovare una pertinente valorizzazione
delle proprie attitudini. Ciò che vale per i soggetti, vale
anche per le istituzioni, nel senso, ad esempio, che le istituzioni
del sistema di istruzione e quelle del sistema di formazione non possono
svolgere il loro servizio educativo negando, o comprimendo, le specificità
epistemologiche, metodologiche e pedagogiche che le devono caratterizzare,
bensì avvalorandole, per porle a disposizione del massimo sviluppo
possibile dei soggetti che le scelgono. Stesso discorso per tutte
le altre istituzioni, a partire da quelle sociali, politiche, economiche
ecc. Pari dignità dei percorsi, a tempo pieno o in alternanza L'attuale mercato del lavoro giovanile del nostro Paese sconta una
polarizzazione: da un lato, una platea soddisfacente di personale
laureato che è spesso sottoutilizzato e, dall'altro, una platea
di personale non qualificato che risulta molto richiesto, fino al
punto di essere, talvolta, utilizzato per mansioni superiori. La carenza
più evidente è di personale qualificato, di tecnici
e di quadri intermedi. L'irrobustimento di un'istruzione tecnica e
di una istruzione/formazione professionale secondarie e superiori,
modernamente intese, dunque, oltre che costituire una risposta a precise
istanze attitudinali e valoriali dei soggetti, ad una crescente finalizzazione
del lavoro a fini culturali ed educativi e ad una diffusa domanda
sociale delle famiglie che chiedono percorsi formativi differenziati
nella durata e con la possibilità continua di rientri, è
anche una condizione per mantenere il nostro Paese nel novero dei
più industrializzati del mondo. Caso francese:
Legenda: il Cap corrisponde grosso modo alla nostra Qualifica; il Bep al Diploma che si immagina di suggerire con l'ipotesi che si discute in questo Rapporto; il Baccalaureato professionale corrisponde alla 'maturità' professionale; il Bts è il Diploma Tecnico Superiore; Lp sta per Licei professionali statali Caso tedesco: l'88% arriva a completare il percorso di Qualifica
(su 3 anni); l'80% dei partecipanti consegue nelle Berufsakademie
la laurea professionale (percorso triennale, numero frequentanti 14.000,
3 mesi di scuola e 3 mesi di lavoro). Integrazione. In genere, si distingue tra sistema (educativo) informale, non formale
e formale. Il primo è rappresentato dalla vita sociale ordinaria
che non esprime programmatiche intenzionalità formative, pur
determinandole di fatto, funzionalmente, in maniera anche irreversibile.
Flessibilità La flessibilità è una caratteristica del sistema educativo
di istruzione e di formazione presentato negli schemi a tre livelli.
Armonizzazione europea I quattro schemi che illustrano l'articolazione del sistema educativo di istruzione e di formazione nell'ipotesi formulata dal Grl e presentata alla discussione sono stati costruiti seguendo i criteri di lettura e di comparazione internazionali. In questa direzione, adottano la Classificazione Internazionale Tipo dell'Educazione (Cite). Scuola dell'infanzia. Cominciando dal basso, dal livello 0 della Cite, va osservato che l'ipotesi del credito di un anno dei minimo 12 di istruzione/formazione obbligatoria per chi frequenta il triennio della scuola dell'infanzia (cfr. Capitolo II, paragrafo 'Scuola dell'infanzia'), se è vero che, in questa precisa formula, non ha alcun corrispettivo sul piano europeo, è altrettanto vero che si può giustificare come la rilettura attenta alla nostra peculiare tradizione sociale e pedagogica di opzioni simili che hanno invece trovato cittadinanza in altri Paesi Ue. Come documenta il Grafico n. 1 relativo alla durata dell'istruzione/formazione obbligatoria nei Paesi Ue, poi ripreso in dettagli specifici nei Grafici n. 2 e n. 3, infatti, la scuola dell'infanzia è inserita a pieno titolo nel periodo di istruzione/formazione obbligatoria nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna a partire dai 5 anni e in Lussemburgo e Irlanda del Nord a partire dai 4. Con una versione più simile a quella proposta nella nostra ipotesi, invece, gli anni di scuola dell'infanzia sono facoltativamente inseriti negli anni di istruzione/formazione obbligatoria a partire dai 6 anni (perché la scuola di base comincia a 7) in Finlandia e Danimarca e a partire dai 4 nei Paesi Bassi (il 5° è già obbligatorio). Ciò significa che chi utilizza questa possibilità, nei tre Paesi citati, conclude il periodo di istruzione/formazione obbligatoria un anno prima. Sta in questo la somiglianza con l'inedita formula del credito da noi proposta. È da ricordare, inoltre, che, mentre la percentuale di chi frequenta la scuola dell'infanzia in Paesi con una lunga e consolidata tradizione in proposito come la Francia, il Belgio, l'Islanda e la Nuova Zelanda non va oltre il 75%, in Italia raggiunge in media l'87% e punte del 95% all'ultimo anno. |
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| Scuola primaria, scuola media.
I livelli 1 e 2 della Cite pongono il problema della scuola di base unica. Essa è la formula preferita dai Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Svezia, Islanda, Norvegia e Portogallo), dove, fra l'altro, la scuola inizia per la maggior parte a 7 anni. Come è noto, la legge 30/2000 aveva adottato questa soluzione, avviandola, però, a 6 anni. Negli altri Paesi europei, tuttavia, i livelli 1 e 2 della Cite sono separati e il problema è piuttosto un altro (Grafico n. 4): abbiamo opzioni (Austria, Belgio, Irlanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Paesi Bassi) che hanno secondarizzato precocemente, per cui dopo la scuola primaria comincia subito la scuola secondaria a tutti gli effetti; ed opzioni che, invece, sono tripartite, ovvero accompagnano la transizione dalla scuola primaria alla scuola secondaria di II grado con una scuola secondaria di I grado o inferiore (il modello di Francia, Spagna, Grecia, Regno Unito, Germania). La proposta di revisione della legge 30/2000 adottata dal Grl va in quest'ultima direzione. Mantiene, inoltre, la distinzione tra primaria e media perché considera valore da confermare, sebbene da rileggere e ricontestualizzare in maniera per certi aspetti profonda, la scoperta di una scuola specifica per l'età della preadolescenza, avviata nel 1962. |
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| La scuola secondaria.
Il livello 3 della Cite pone il problema dell'età di conclusione
degli studi di istruzione e di formazione secondarie. Il Grl ha scelto
di confermare la decisione della legge 30/2000: Diploma a 18 anni.
Tuttavia, ha pensato opportuno recuperare anche la possibilità
di ottenere una Qualifica di formazione secondaria a 17 anni e di
distribuire la formazione superiore tra i 18 ed i 21 anni. La scelta
dei Paesi europei non è, come sempre, univoca. La maggior parte
consegue i Diplomi a 18 anni, ma non mancano numerose eccezioni (oltre
a Danimarca, Finlandia, Svezia che cominciano, però, la scuola
a 7 anni, Cecoslovacchia, Germania, Grecia, Islanda, Lussemburgo,
Paesi Bassi, Polonia, Svizzera; ma Svizzera, Paesi Bassi, Grecia e
Cecoslovacchia hanno anche l'uscita a 18). Le Qualifiche, o comunque
titoli di I livello, si distribuiscono per tutti, invece, dai 16 (il
più basso della Gran Bretagna) in avanti. |
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| Il diritto-dovere all'istruzione/formazione obbligatoria.
Il concetto di "obbligo scolastico", nato tra settecento
e ottocento, sembra essere giunto al termine della sua luminosa parabola.
Ha svolto un ruolo storico fondamentale nella transizione dalla scuola
d'élite, solo per qualche privilegiato, alla scuola di tutti
e per tutti. L'istruzione e la formazione superiore. Il 46% dei diciannovenni, da noi, si iscrive all'università,
contro una media europea del 20-22% e mondiale che è di gran
lunga al di sotto. Quasi il 70% di chi conclude la secondaria si iscrive
all'università. Una delle percentuali più alte del mondo.
Solo il 36% di queste matricole, però, giunge alla laurea.
Il resto si perde, dissipando intelligenza personale e soldi pubblici.
Così su 100 matricole universitarie, 25 non si reiscrivono
al secondo anno, 11 al terzo, 10 cambiano facoltà nei primi
due anni, solo 16 si laureano entro i termini previsti e gli altri
concludono con una media di tre anni di ritardo. Ciò porta
l'Italia ad avere un numero assoluto di laureati inferiore a quello
che possono vantare Paesi con un numero di matricole pari esattamente
alla metà. Quando un nostro giovane è laureato, infine,
a causa del cattivo orientamento universitario e soprattutto a causa
dello scollamento esistente tra domanda del mercato del lavoro e tipologia
delle offerte formative si trova disoccupato per un tempo inimmaginabile
negli altri Paesi europei. Sono primati negativi che nessuno ci toglie
e che bisogna cercare di superare al più presto. Finalità del sistema educativo di istruzione e di formazione: il controllo critico Soprattutto oggi, molte conoscenze e abilità sono apprese
da ogni ragazzo fuori dal sistema educativo di istruzione e di formazione.
Spesso sono anche più di quelle imparate all'interno di esso.
Giochi, gruppi, famiglia, ambiente sociale, mass media, tecnologie
informatiche, Internet ecc. consentono a ciascun ragazzo di accrescere
molto più di un tempo il proprio patrimonio conoscitivo e tecnico.
Copioni, stereotipi, scenari, nonché conoscenze specifiche
e generali sul mondo fisico, psichico e biologico, sono già
salde e di non facile modificazione a cinque anni. Ogni ragazzo porta,
perciò, nel sistema educativo di istruzione e di formazione,
pratiche e dinamiche di vita personale, sociale, tecnica ed economica,
nonché visioni personali del mondo (valori, significati, motivazioni
ecc.) già strutturate, in positivo e in negativo, e dalle quali
è impossibile prescindere per qualsiasi apprendimento successivo.
Sono il patrimonio da cui scaturiscono gli automatismi e i processi
balistici o quasi balistici dei pregiudizi, delle precomprensioni,
delle risposte reattive immediate. Portfolio delle competenze Dai 3 ai 18 anni, ogni allievo che frequenta il sistema educativo
di istruzione e di formazione è accompagnato da un apposito
portfolio delle competenze. Esso comprende la scheda di valutazione
e la scheda di orientamento. La scheda per l'orientamento assume un particolare significato nei
due anni terminali della scuola media. Occorre mettere in condizione
il ragazzo di effettuare una scelta tra istruzione e formazione secondarie
sulla base non solo delle competenze acquisite, ma soprattutto delle
capacità rimaste impregiudicate o sottoutilizzate durante tutto
il periodo della scolarizzazione precedente (nelle attività
scolastiche e di laboratorio). Le indicazioni che la scuola offre
in ordine alla prosecuzione degli studi non possono, perciò,
limitarsi ad indicare la tipologia degli indirizzi dell'istruzione
o della formazione secondarie più adatti allo studente, ma
dovranno soprattutto argomentare precise indicazioni di percorso,
coerenti con quanto rilevato nelle varie voci del portfolio e compatibili
con gli interessi, le attitudini e le capacità del ragazzo.
In tale modo, l'orientamento verso gli istituti dell'istruzione e
della formazione secondarie si configura come una precisa assunzione
di responsabilità da parte della scuola. Essa dovrà
monitorare, negli anni successivi, seguendola diacronicamente, in
collaborazione con le scuole successive, la carriera dell'allievo
e verificare se e fino a che punto il consiglio orientativo espresso
sia stato pertinente. Ogni scuola secondaria di I grado potrà
così migliorare il proprio complessivo know how orientativo.
La valutazione degli allievi, con la certificazione delle competenze
finali acquisite, è affidata esclusivamente ai docenti delle
istituzioni di istruzione e di formazione frequentate. Le competenze
aggiuntive, acquisite in itinerari di sviluppo degli apprendimenti
scolastici o in attività formative extrascolastiche, valgono,
inoltre, come credito formativo legale se certificate non solo da
enti esterni riconosciuti, ma anche dalle istituzioni di istruzione
e di formazione a cui si domanda il loro riconoscimento. I piani di studio La struttura dei piani di studio delle istituzioni che compongono il sistema educativo di istruzione e di formazione dovrà scaturire dal combinato disposto dell'ipotesi progettuale che confluirà nella legge di modifica alla legge 30/2000, dall'articolo 8 del Dpr. 275/99 e, soprattutto, dalla normativa, diretta e indiretta, nazionale e regionale, conseguente alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. Proprio per approfondire questo plesso di reciproche implicazioni, il Grl propone ai soggetti istituzionali che dovranno assumersi la responsabilità di questo compito di confrontarsi con alcune esigenze e con una precisa ipotesi di organizzazione dei piani di studio che si presenta separatamente per il sistema di istruzione e per il sistema di formazione. I piani di studio nel sistema di istruzione. In questa prospettiva, si può congetturare che i piani di
studio del sistema educativo di istruzione constino, salvo che per
la scuola dell'infanzia alle cui specificità si rimanda (cfr.
più avanti), dei seguenti punti. 3.1. Il primo percorso è quello di responsabilità della
famiglia e delle altre istituzioni sociali. Con appositi incentivi
ed interventi, si tratta di creare le occasioni perché genitori,
mass media, attori sociali, imprese, enti locali, centri culturali,
imprenditori del tempo libero ecc. possano diventare risorsa culturale
ed educativa per gli allievi, e si facciano sempre più carico
della loro maturazione. Molte dimensioni esplicitate nei profili terminali
e confluite negli obiettivi specifici di apprendimento, perciò,
possono benissimo, in molti casi, attraverso progetti educativi integrati,
essere acquisite dagli allievi anche in ambienti extrascolastici.
La scuola, in questo senso, certifica il raggiungimento di risultati
finali ed esonera, per gli aspetti che lo consentono, dai percorsi
scolastici facoltativi, ritenuti necessari per raggiungerli. 3.2. Il secondo percorso è quello obbligatorio per tutti,
di responsabilità delle istituzioni del sistema educativo di
istruzione. Se, come si diceva, la funzione dell'extrascuola è
più informativa, quella delle istituzioni del sistema educativo
di istruzione si riconosce per la sua caratura soprattutto critico/formativa.
Serve scavare in maniera riflessiva su esperienze, conoscenze e abilità
che non vanno mai apprese, né all'esterno, tantomeno all'interno
della scuola, per imitazione esecutiva e in modo ripetitivo, ma sempre
in modo attivo, relazionale e criticamente contestualizzato. In questo
spirito, il percorso obbligatorio del sistema educativo di istruzione
precisa i seguenti elementi: 3.3. Il terzo percorso disponibile per realizzare il profilo educativo,
culturale e professionale terminale e gli obiettivi specifici di apprendimento
di cui ai punti precedenti è quello facoltativo, da 0 a 300
ore annuali. Le scuole comprensive o le reti di scuole sono obbligate
ad istituirlo nel territorio, ma gli allievi e le famiglie decidono
se, quando, come e in quale scuola lo vogliono usufruire, anche tenendo
conto di una negoziazione educativa da loro stipulata con i docenti
dei figli. Oltre le 300 ore annuali le famiglie devono pagare il servizio
nella misura stabilita dalle istituzioni scolastiche. È il
percorso che, in mancanza di meglio, abbiamo chiamato dei Laboratori:
Informatica, Attività motorie e sportive, Attività espressive
(musica, pittura, disegno, teatro, fotografia, cinema
), Lingue,
Attività di progettazione (di artefatti manuali o simbolici,
di interventi di azione sociale, di soluzioni produttive e gestionali,
di stage aziendali, del proprio progetto di vita, professionale e
no, ecc.), Recupero e sviluppo degli apprendimenti. In mancanza di
meglio, perché non vorremmo che si intendesse, con questo,
che il percorso obbligatorio debba strutturarsi senza attività
laboratoriali. Il contrario. Esse devono essere, invece, una costante
di tutto l'insegnamento. Questi Laboratori facoltativi potranno essere
impiegati anche per lo svolgimento del percorso obbligatorio. Inoltre,
tale percorso obbligatorio potrà e dovrà, a seconda
delle circostanze, anche prevedere altre tipologie laboratoriali aggiuntive
(si pensi ai Laboratori scientifici di fisica, chimica, fisica, biologia,
scienze della terra, o ai Laboratori geografici o storici ecc.). Ciò
che differenzia la parte laboratoriale ordinaria obbligatoria e quella
tipica del percorso facoltativo è una duplice caratteristica.
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| Va segnalato, infine, che il percorso facoltativo, con
i relativi Laboratori, può diventare anche un'occasione per una
funzione imprenditiva delle istituzioni scolastiche, al servizio dell'educazione
permanente e ricorrente, per gli adulti e per gli anziani. Niente impedisce,
infatti, di immaginare che la scuola possa offrire a pagamento molti
dei corsi e dei servizi che progetta per gruppi di allievi anche a chi,
nella comunità locale, fosse eventualmente interessato. In questa
maniera, fra l'altro, al di là delle dimensioni economiche del
fenomeno, che rimarranno probabilmente sempre modeste, si avrebbe un
rilevante incentivo a rendere sistematico il rapporto scuola territorio
e a radicare ogni istituzione scolastica nella comunità di appartenenza.
I piani di studio nel sistema della formazione. Tenendo conto della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 e,
allo stesso tempo, avvalorando le specificità metodologiche
e didattiche espresse della migliore tradizione della formazione professionale,
dell'istruzione professionale e di quella parte ancora consistente
di istruzione tecnica (un buon 50% di quella esistente) rivolta alla
creazione di figure immediatamente professionali e spendibili sul
mercato del lavoro, non si può immaginare che i piani di studio
del sistema educativo di formazione siano semplicemente una calco
di quelli ipotizzati per il sistema dell'istruzione. Tuttavia, se
si vuole che le Qualifiche e i Diplomi secondari e superiori, a tempo
pieno o in alternanza, siano corrispondenti a standard nazionali e,
ancor più, si meritino, come è opportuno, il riconoscimento
della normativa europea, si può congetturare che i piani di
studio del sistema educativo di formazione possano essere così
caratterizzati e articolati. 2. Sembra comunque opportuno ricavare sempre dai profili gli obiettivi
specifici di apprendimento che essi implicano. Per la formazione secondaria,
la Repubblica (oramai "costituita da" e non più,
come prima, ripartita in" Comuni, Province, Città metropolitane,
Regioni e Stato: art. 1 della legge 18 ottobre 2001, n. 3, che riformula
il comma 1 dell'art. 114 della Costituzione) li detterà, poi,
tutti o in parte, a seconda delle determinazioni legislative che si
prenderanno, alle istituzioni del sistema educativo di formazione
come obbligatori sull'intero territorio nazionale. Potrà accadere
che una fetta variabile degli obiettivi in questione sia nazionale
e una fetta delegata, invece, alla progettualità locale. Tali
obiettivi sono, comunque, raccolti per ogni biennio nel caso di percorsi
di formazione quadriennale e, al fine di favorire la permeabilità
tra sistema dell'istruzione e della formazione, alla fine dei primi
due anni e alla fine del terzo anno per i corsi triennali di Qualifica
e del monoennio successivo di specializzazione per il Diploma secondario.
Sono dettati in unica soluzione, di seguito al profilo educativo,
culturale e professionale terminale, invece, per i corsi della formazione
superiore, di qualunque durata essi siano. 3. Allo scopo di realizzare il profilo educativo, culturale e professionale
terminale e gli obiettivi specifici di apprendimento di cui ai punti
precedenti, i piani di studio della formazione secondaria, al pari
di quelli ipotizzati per l'istruzione secondaria, contemplano tre
percorsi formativi che si devono integrare e far sempre interagire,
sebbene con le opportune specificità. 3.2. Il secondo percorso è quello obbligatorio per tutti,
di responsabilità delle istituzioni del sistema educativo di
formazione secondaria. Esso indica: 3.3. Il terzo percorso disponibile per realizzare il profilo educativo,
culturale e professionale terminale e gli obiettivi specifici di apprendimento
di cui ai punti precedenti è quello facoltativo. Gli istituti
del sistema educativo di formazione sono obbligati a mettere a disposizione
di allievi e famiglie da 0 a 300 ore annuali di Laboratori che essi
consumano se, quando, come e in quale istituto vogliono, in base alle
loro necessità e in base alla negoziazione formativa stipulata
con i docenti (oltre le 300 ore annuali le famiglie devono pagare
il servizio nella misura stabilita dalle istituzioni scolastiche).
Valgono anche per questi Laboratori le avvertenze già formulate
per quelli relativi al sistema educativo di istruzione. Iniziative di sostegno all'azione dei docenti e delle scuole L'autonomia organizzativa, didattica, finanziaria e di ricerca e
sviluppo inserita nel quadro riformatore che si è abbozzato
impongono alle istituzioni scolastiche e ai docenti numerose sfide
professionali. Queste sfide è difficile che possano essere
raccolte e vinte senza un adeguato e diffuso servizio di sostegno
culturale e tecnico-professionale. Scuola dell'infanzia Natura. Perché il credito formativo?. La legge 30/2000 ha riconosciuto l'appartenenza di questa scuola
al "sistema educativo di istruzione" (art. 1, c. 2). La
frequenza di ben tre anni di scuola dell'infanzia, tuttavia, per questa
legge, continua a non valere nulla ai fini "dell'obbligo scolastico
che inizia al sesto anno e termina al quindicesimo" (art. 1,
c. 3). Inoltre, tacendo sulla formazione iniziale dei docenti che
vi insegnano ed interessandosi soltanto dei "titoli universitari
e dei curricoli richiesti per il reclutamento degli insegnanti della
scuola di base" (art. 6, c.8), ha finito per giustificare l'antico
pregiudizio secondo il quale, per insegnare ai bambini, servono meno
competenze culturali e professionali che per insegnare ai fanciulli
e ai preadolescenti. Organizzazione. Anche nel nuovo contesto, l'impianto organizzativo della scuola dell'infanzia
resterebbe quello attuale. Nessuna scimmiottatura scolasticistica.
Così come sembra una contraddizione con lo spirito complessivo
della scuola dell'infanzia facoltativa ragionare in termini di orario
obbligatorio e orario aggiuntivo: meglio, forse, offrire alle famiglie
un servizio oscillante tra le 1000 e le 1800 ore, articolate nell'arco
dell'anno e della settimana come più servono alla risoluzione
dei problemi educativi dei bambini (molte famiglie, soprattutto per
il primo anno, preferiscono un inserimento morbido del figlio, e un
orario giornaliero flessibile e leggero). Istruzione primaria La distinzione tra istruzione primaria e secondaria si basa, da lungo
tempo, su argomenti di epistemologia genetica. La prima si confronta
con un'intelligenza ancora operativa, la seconda con un'intelligenza
che ha raggiunto il traguardo del pensiero formale. La prima tratta
con un fanciullo che, sul piano della maturazione affettiva, si trova
in una fase, per così dire, di 'latenza; la seconda deve affrontare
profonde e talvolta, per i soggetti, sconvolgenti, trasformazioni
puberali. Si potrebbe continuare con altri tratti della medesima natura.
Nonostante tutte le revisioni scientifiche subite da questo genere
di argomenti, revisioni che ne hanno molto attenuato lo schematismo,
risulta, però, tutto sommato, ancora impossibile sostenere
che non siano convincenti. Vanno, quindi, considerati acquisiti. Natura. L'istruzione primaria aiuta gli allievi a rendere esplicite le conoscenze
e le pratiche implicite assorbite dalle prassi familiari, ambientali
e sociali in cui essi vivono. Parte, quindi, dall'esperienza vitale
degli allievi, interna ed esterna, individuale e sociale; riflette
su di essa, per scoprire, nel dialogo e nella reciproca discussione,
se e quanto è costituita di credenze, certezze, abitudini,
fantasie, pregiudizi, stati d'animo, automatismi, pratiche tacite
o esperte, gusti, vizi e virtù. Ritorna, quindi, all'unità
e alla totalità dell'esperienza vitale di ciascuno, riqualificandola
e accrescendone, con una più forte consapevolezza critica,
gli orizzonti di senso. Un maturare, quindi, insieme, come persone,
in un ambiente, impadronendo-si delle intenzionalità morali,
culturali e sociali in esso sedimentate, del-le produzioni collettive
di simboli che esprime e degli strumenti fondamentali, a partire dalla
lettura/scrittura, dal calcolo logico-matematico e dalle regole di
comportamento, necessari per accedere alle prime e alle seconde. Un
costruire volontariamente il mondo di cui si fa esperienza in modo
per lo più involontario, perché non si presta attenzione
a ciò che si fa, a come lo si fa e perché. Organizzazione. In questa fase dello sviluppo del processo riformatore, si reputa
prudente confermare la durata quinquennale dell'istruzione primaria
e il ruolo in essa svolto dai maestri. Dall'istruzione primaria all'istruzione/formazione secondarie: significato di una transizione. Nell'istruzione primaria, i fanciulli partono da una concezione del mondo caratterizzata da presupposti ontologici molto forti e per lo più impliciti. Per questo sottratti a una effettiva possibilità di controllo critico. Rendere espliciti questi presupposti e riuscire a darne ragione nei loro limiti e nelle loro potenzialità intersoggettive è il compito progressivamente caratterizzante l'istruzione e la formazione secondarie e superiori. Oltre la coincidenza tra la realtà e la sua descrizione. L'idea di fondo che caratterizza l'ontologia primaria è quella
di una coincidenza tra la realtà e la nostra percezione di
essa, tra la natura e la rappresentazione che noi ce ne facciamo.
Ne consegue il convincimento che quella percezione e questa rappresentazione
siano non solo non convenzionali, ma sostanzialmente non problematiche,
in quanto sorrette da una sorta di isomorfismo tra la sensazione e
la realtà esterna. |
| Il modello matematico s'impone, dunque, via via, come elemento di
congiunzione, vero a proprio "interfaccia", tra la realtà
cui si riferisce e la dimensione sperimentale. La complessità
dei risultati ottenuti da questo modello rende necessaria una loro analisi
in forma logicamente organizzata e una verifica alla luce delle prove
sperimentali disponibili, analisi e verifica che possono a loro volta
innescare un processo iterativo di modifica del modello, sino a quando
i risultati ottenuti su una classe significativa di casi di studio non
siano ritenuti soddisfacenti da chi ha posto il problema e lo deve risolvere. Col costante incremento della complessità dei problemi da affrontare, che spesso richiedono di operare su un numero cospicuo di variabili, il ruolo dei modelli si rafforza e si amplia. Siamo così di fronte a un processo che allunga progressivamente la catena di anelli che separano l'evento del mondo reale e quello della descrizione che ne viene offerta dalle teorie scientifiche e, a maggior ragione, ideologiche. Consapevolezze della secondarietà. L'istruzione e la formazione secondarie devono riuscire, da un lato,
a dar conto delle ragioni di questa separazione, dall'altro a evidenziare
come non vi sia nessuna impotenza conoscitiva dietro di essa. Essa,
al contrario, deve venire presentata come la progressiva e positiva
assunzione di consapevolezza del fatto che la realtà è
inesauribile perché, per quante facce si scoprano di essa,
non è possibile coglierle tutte e, soprattutto, tutte insieme
contemporaneamente. Collocarsi in modo critico nel mondo significa
accorgersi di questa dinamica, sperimentarla e superare ogni residuo
egocentrismo cognitivo di tipo infantile. Istruzione secondaria L'istruzione mira al conoscere, abbiamo detto. L'istruzione secondaria al conoscere secondario, alle sue forme, ai suoi problemi. Storicamente questa forma di conoscenza si ritrova emblematicamente rappresentata nelle discipline di studio e nell'organizzazione del sapere da cui sono nate e che esse suggeriscono. È naturale, quindi, aspettarsi che nell'istruzione secondaria le discipline di studio giochino un ruolo fondamentale nella maturazione delle consapevolezze che ineriscono ad una conoscenza che da primaria è chiamata a farsi, per tutti i giovani, secondaria. Istruzione secondaria di I grado. Il cammino sistematico verso la scoperta della secondarietà
delle discipline, dei loro oggetti di studio formali, dei loro metodi
e dei loro linguaggi comincia, abbiamo visto, in 5° istruzione
primaria. Trova l'occasione di un primo bilancio orientativo in 3°
media. |
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| Anche nella scuola media, come nella primaria, va formalizzata la
responsabilità del docente coordinatore di classe, incaricato
non solo, se della classe 1°, di partecipare alle attività
di programmazione/valutazione della 5 elementare di riferimento, ma,
in particolare, di garantire un adeguato tutorato agli allievi e alle
famiglie in ordine alla composizione integrata dei percorsi obbligatori,
facoltativi ed extrascolastici, utilizzabili per concretizzare il profilo
educativo, culturale e professionale terminale e gli obiettivi specifici
di apprendimento dettati per la 1° e la 3° media. A livello di piani di studio, se la 1° media è molto più collegata alla 5° elementare, la 2° e la 3° media costituiscono un biennio orientativo. Il carattere orientativo è intrinseco allo studio delle discipline condotto nel percorso obbligatorio. Esso è, però, anche il portato delle attività interdisciplinari volte alla scoperta di sé (un sé che è sottoposto agli straordinari dinamismi delle trasformazioni sessuali, e che cambia stili di apprendimento, interessi, abitudini, sentimenti, immagine di sé) e, nondimeno, alla scoperta del mondo in generale (contatti, scambi ecc.) e della produzione umana in particolare (visite ai diversi ambienti della produzione, dall'azienda familiare ed artigiana alla fabbrica; visita anche ai diversi ambienti della produzione intellettuale: laboratori di ricerca, università, scuole secondarie, biblioteche, musei didattici ecc.). Queste attività possono essere amplificate nella loro efficacia con un impiego accorto del percorso facoltativo. A scelta della famiglie e degli allievi, infatti, la scuola può dedicare una quota delle 300 ore annuali all'approfondimento parziale o totale di discipline che suscitano la curiosità degli allievi, e di esperienze di specifico interesse personale. Questi approfondimenti possono cambiare nell'arco del biennio terminale e quindi consentire una scelta responsabile e già, per certi aspetti, collaudata che il portfolio delle competenze dovrebbe registrare e sancire con adeguate documentazioni. Le diverse esperienze ed i diversi percorsi compiuti nella scuola media, ancorché corrispondenti agli interessi e alle capacità degli allievi, non sono, in ogni caso, vincolanti circa il corso di studi successivo. Continua, nei Laboratori facoltativi, la coltivazione e l'autenticazione dei talenti artistici e musicali, già avviate nell'istruzione primaria. A partire dai 10 anni, è anzi opportuno dare una maggiore sistematicità a questi percorsi. È il caso, perciò, di identificare nel profilo terminale dell'allievo di 14 anni e, soprattutto, nei conseguenti obiettivi specifici di apprendimento i vincoli a cui devono attenersi i corsi facoltativi che mirano ad uno sviluppo specifico di tali talenti musicali ed artistici. I corsi potranno essere svolti dai Conservatori, dalle scuole medie presso le quali già attualmente tali corsi sono istituiti, da quelle che li istituiranno autonomamente, da scuole non statali accreditate, sulla base di convenzioni con le scuole del sistema educativo di istruzione. Istruzione secondaria di II grado. La cultura è e deve essere, a questo livello, soprattutto,
giudizio. Quindi, molto più che proposizione consapevole ma
descrittiva di alcunché (non parliamo, poi, di mera ripetizione
di nozioni); essa si fa riflessione critica su se stessa: cultura
alla se-conda potenza: metagiudizio, metacognizione, con risvolti
su tutti gli aspetti della personalità. Bisogna essere capaci
non solo di comprendere, ma anche di esplicitare le condizioni sotto
le quali i giudizi espressi e le ipotesi e le teorie su cui si fondano
si possono dichiarare in tutto e in che senso affidabili e certi;
ovvero 'scientifici', 'intersoggettivi'. Una continua esplorazione
del perché delle cose, più che del loro come si presentano.
Inoltre, bisogna che le consapevolezze sulla secondarietà del
sapere si trasformino in atteggiamenti e in prese di posizione: in
altre parole, in una personalità che, con e grazie ad esse,
matura, si fa più saggia e prudente. Formazione secondaria Natura. Abbiamo già sottolineato come sia, più che controproducente,
impossibile separare nettamente istruzione e formazione. Galilei,
senza una bilancia e senza l'esperienza esperta degli operai dell'Arsenale
veneziano, non avrebbe mai potuto avanzare, come ha fatto, nell'esplorazione
delle leggi della meccanica. Allo stesso modo, non è possibile
studiare la fisica quantistica senza un laboratorio con un sofisticato
acceleratore di particelle. Scienza e tecnica non sono disgiungibili.
L'una è distribuita nell'altra. Non per questo l'una è
l'altra. Tra domanda ed offerta. L'attuale stagione di sviluppo economico vede la diffusione negli
ambienti di lavoro di una pluralità di modelli organizzativi.
Nelle imprese medio-grandi si nota prevalentemente il superamento
del modello tayloristico, centrato sulla parcellizzazione delle mansioni,
sostituito tendenzialmente da nuovi modelli organizzativi fondati
sulla flessibilità e sulla polivalenza. Nelle imprese familiari
con piccole e piccolissime dimensioni - la tipologia di impresa indubbiamente
più diffusa nel nostro paese - si presentano modelli diversi
comprendenti l'artigianato fondato su mestieri, organizzazioni tayloristiche,
modalità organizzative nuove ad alta intensità di competenza
e di polivalenza. In generale, la domanda emergente dal mondo delle
imprese considera indispensabile la competenza tecnica, ma punta ad
aggiungere a questa un'area di nuovi saperi di tipo informatico, linguistico
ed organizzativo. Oltre a ciò viene posta crescente attenzione
nei confronti di una cultura del lavoro concepita, da un lato, come
una forma di vera e propria istruzione scientifica e tecnologica,
e dall'altro, come pedagogica dotazione individuale di capacità
volte alla curiosità, all'autonomia, alla responsabilità,
alla collaborazione cooperativa, alla creatività. Le aree professionali. Se atteggiamento interdisciplinare, attività di laboratorio,
stage e attività pratiche sono risorse metodologiche importanti
per il sistema di istruzione secondaria lo sono ancora di più
per il sistema della formazione secondaria. Non meno importante il
Laboratorio di Recupero e sviluppo degli apprendimenti, finalizzato
alla realizzazione di azioni personalizzate di compensazione e riequilibrio
culturale, con particolare riguardo alle capacità linguistiche
e logico-matematiche. L'ultimo anno dovrebbe essere destinato in prevalenza
alle attività formative legate alla spendibilità del
titolo nel mercato del lavoro. (2) - Si tratta della classificazione NACE Rev.1 elaborata da un gruppo di lavoro costituito da rappresentanti dell'EUROSTAT e degli Stati membri, pubblicata su GUCE L 293 del 24.10.90 in allegato al Regolamento CEE n. 3037/90.
- agricola/ambientale; Accanto a queste aree principali, permane la necessità di
salvaguardare la presenza della formazione professionale in altri
settori che hanno una consistenza - e quindi esprimono una domanda
di professionalità - poco significativa a livello nazionale,
ma che possono rappresentare una voce importante in alcune economie
locali (in particolare si fa riferimento alla produzione artistico
- artigianale). |
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(3) L'informatica pone il problema della definizione di una propria area specifica che, mentre risulta trasversale e necessaria ormai in tutte le aree produttive e di servizi, nello stesso tempo evidenzia all'interno del mercato del lavoro figure professionali specifiche; tale contrapposizione è risolubile solo con la definizione e differenziazione delle competenze informatiche per livelli di professionalità acquisite non identificabili in un'area omogenea per tutti i livelli di formazione previsti. (4) Comprende le figure professionali del settore legno. (5) Quest'area comprende anche alcune professioni tipiche del commercio (addetti alle vendite, ecc.) |
| Pertanto all'interno dello stesso istituto i giovani dovranno poter
avere accesso all'intera gamma delle proposte formative dell'area di
riferimento, dai percorsi rivolti alla Qualifica fino a quelli del Diploma
superiore.
Tipologie dei percorsi. All'interno di ogni area sono previste differenti tipologie di percorso
formativo: Nel quadro seguente si può trovare, per i settori meccanico e grafico/multimediale, una esemplificazione di questi percorsi e delle relative figure professionali. |
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| Formazione secondaria in alternanza
Come la formazione secondaria a tempo pieno, anche quella in alternanza
scuola-lavoro mira a far incontrare la domanda di personale qualificato,
di tecnici e quadri aziendali espressa dalle imprese italiane con
le attitudini e gli interessi dei giovani e con i progetti di vita
che essi elaborano in quanto singoli e in quanto cittadini. L'accesso all'istruzione e alla formazione superiore: le attività propedeutiche L'art. 6, c. 1 del D. M. 509/99 statuisce che i "i regolamenti didattici di ateneo" richiedono a chi desidera iscriversi ai corsi universitari "il possesso o l'acquisizione di un'adeguata preparazione iniziale". "A tale fine - continua la norma - gli stessi regolamenti didattici definiscono le conoscenze richieste per l'accesso e ne determinano, ove necessario, le modalità di verifica, anche a conclusione di attività formative propedeutiche, svolte eventualmente in collaborazione con istituti di istruzione secondaria superiore". I compiti delle università. Secondo la norma attuale, quindi, una norma purtroppo spesso aggirata
nella sostanza, prima di immatricolare uno studente, ogni università
è tenuta a prefigurare quattro precisi adempimenti. Il coinvolgimento obbligato dell'istruzione e della formazione secondarie. Diagnostici, sommativi o formativi è difficile, comunque,
che si possa immaginare sia un accertamento della "preparazione
iniziale" a finalità proattiva/predittiva, sia un accertamento
dei risultati ottenuti con la frequenza delle attività propedeutiche
che siano sbrigativi o rituali. La docimologia ha insegnato a diffidare
delle strumentazioni o troppo semplici e parziali (tipo i tradizionali
test, oppure il rimandare alle votazioni ottenute agli esami di stato)
o troppo complesse e globali (per esempio, i tradizionali 'temi',
oppure i colloqui). La via preferita è quella di un'accorta
modulazione degli strumenti valutativi disponibili, inseriti in un
unitario sviluppo narrativo. Vincoli analoghi per la formazione superiore. Il carattere contemporaneamente simmetrico ed integrato che ha il sistema dell'istruzione secondaria e superiore con quello della formazione degli stessi livelli, spinge a ritenere opportuno che le linee della normativa vigente per l'accesso all'università si debbano estendere, con i dovuti adattamenti di contenuto e di responsabilità dei soggetti coinvolti, anche all'accesso ai corsi della formazione superiore. Anche qui le competenze non vanno presupposte, nemmeno quando esista una stretta congruenza tra la tipologia del Diploma secondario acquisito e quella del Diploma superiore al quale si concorre. Esse, al contrario, vanno sempre valutate e certificate in ingresso, tenendo conto della natura e dello svolgimento dei corsi previsti. In questa maniera, il principio generale dell'equità che attraversa l'intero sistema educativo di istruzione e di formazione risulterebbe molto esaltato. Grazie alla durata variabile delle attività propedeutiche che riallineano la preparazione eventualmente carente dei candidati all'immatricolazione, tutti i giovani che provengono da qualsiasi tipo di Diploma possono aspirare all'iscrizione presso qualsiasi tipo di istruzione o formazione superiori. La formazione superiore Natura. La formazione superiore intensifica le caratteristiche della formazione
secondaria. Il suo obiettivo è la preparazione all'esercizio
di lavori e professioni che non abbiano carattere dirigenziale, ma
che implichino però conoscenze ed abilità complesse
sul piano scientifico, tecnico e relazionale. Soggetti promotori. Rimangono ferme le disposizioni dell'art. 142 del D.lgs. 112/98 e
soprattutto della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. Al di
là di questi, peraltro dovuti richiami, va comunque sottolineato
che le caratteristiche appena evocate ingiungono di per se stesse
di considerare la formazione superiore espressione della sinergia
di quattro diversi soggetti: la Regione, gli istituti dell'istruzione/formazione
secondaria, il mondo delle lavoro e delle professioni regolamentate
e non regolamentate, l'università. |
| Durata e organizzazione.
Si prevedono corsi a durata variabile, dai 3 mesi a tre anni, a seconda
degli scopi e dell'ampiezza dei vincoli nazionali a cui si intende
essere sottoposti. Se in alternanza scuola lavoro, il tempo della
formazione superiore aumenta della durata necessaria a coprire anche
la parte di formazione teorica prevista nel profilo professionale
terminale. La formazione iniziale dei docenti. L'accesso alla laurea specialistica in generale. L'art. 6, c.2 del D.M. 509/99 dispone che "nel caso di corsi
di laurea specialistica per i quali non sia previsto il numero programmato
dalla normativa vigente in materia di accessi ai corsi universitari,
occorre altresì il possesso di requisiti curricolari e l'adeguatezza
della personale preparazione verificata dagli atenei". La ratio
della norma è chiara. Pari dignità e complessità della professione docente. Se la scuola dell'infanzia entra a pieno titolo nell'obbligo di istruzione
e/o formazione di almeno 12 anni con la soluzione del credito di un
anno per chi ne frequenti il triennio non obbligatorio e unitario,
il silenzio della legge 30/2000 sulla formazione dei docenti della
scuola dell'infanzia non è più accettabile. Tanto meno
accettabili sono le ipotesi elaborate nella precedente legislatura
per attuare il dispositivo dell'art. 6, c. 8 della legge 30/2000.
Una laurea specialistica per l'insegnamento. Le dimensioni professionali appena evocate coincidono con quelle
formalmente assegnate dal comma 5 dell'articolo 3 del Decreto 509/99
al profilo di una laurea specialistica. Essa, infatti, "ha l'obiettivo
di fornire allo studente una formazione di livello avanzato per l'esercizio
di attività di elevata qualificazione in ambiti specifici".
L'insegnamento è senza dubbio "un'attività di elevata
qualificazione", non inferiore a quella necessaria per poter
poi esercitare l'architettura, l'ingegneria, l'avvocatura, la medicina,
la gestione aziendale e commerciale, la filosofia ecc. Inoltre, è
anche un "ambito specifico" sul piano culturale e professionale,
visto, per esempio, che un conto è sapere qualunque scienza,
oppure informare, divulgare, intrattenere, persuadere ecc., un altro
insegnare. L'insegnamento, infatti, è un'attività specifica
che, per poter essere esercitata, va studiata con le sue peculiari
regole metodologiche e la sua complessa natura epistemologica. In
questo senso, è, per esempio, sotto numerosi punti di vista,
analogo alla medicina e, soprattutto, alla clinica. L'accesso alla laurea specialistica per l'insegnamento. La selezione in ingresso alle lauree specialistiche, come si ricordava
all'inizio del paragrafo, è importante sempre, ma diventa ancora
più cruciale per quelle abilitanti all'insegnamento. A parità
di requisiti curricolari e di preparazione, infatti, meglio scegliere
un candidato che vuole fare l'insegnante piuttosto che un altro che
si limita ad adattarsi a questa professione. Il portfolio e il colloquio
personali possono molto aiutare, in questa direzione. Il sapere disciplinare. "Influenzata dalla psicologia e dai dogmi del pragmatismo, la
pedagogia si è trasformata in una scienza dell'insegnamento,
fino a rendersi del tutto indipendente dalla materia che di fatto
insegna. Secondo questo concetto, un insegnante è una persona
capace di insegnare non importa cosa; una persona abilitata, dal proprio
tirocinio, all'insegnamento: non alla padronanza di qualche specifica
materia (
). Dal momento che il professore non ha bisogno di
conoscere la propria materia, non è raro che egli sia di appena
un'ora 'più avanti' della sua classe. Di conseguenza, gli studenti
sono in realtà abbandonati a se stessi, e anzi, la fonte più
legittima dell'autorità del professore (l'essere questi, comunque
si metta la questione, uno che sa e sa fare 'di più' dello
studente) perde ogni efficacia"(6) . "Non occorre, quindi,
molta fantasia per vedere i pericoli del continuo abbassarsi dei valori
minimi richiesti da tutto un sistema scolastico"(7) . |
|
(6) Cfr. H. Arendt, La crisi dell'istruzione, in Tra passato e futuro (1954), trad. it. di T. Gargiulo, a cura di A. Dal Lago, Garzanti, Milano 1991, p. 238-239. (7) Ibidem, p. 228. |
| Le scienze dell'educazione.
Il sapere è condizione di ogni insegnamento. Si può
insegnare, infatti, soltanto ciò che si sa. Sapere, tuttavia,
non significa anche di per se stesso saper insegnare. Sapere che cosa
insegnare non vuol dire sapere anche perché insegnarlo proprio
ora, e non dopo o prima, e come insegnarlo a questo allievo, con queste
caratteristiche, piuttosto che a quello. Occorre una specifica preparazione
a questo scopo, correlata all'orizzonte di senso da attribuire all'educazione
(filosofia dell'educazione, pedagogia generale, filosofia morale ecc.),
alle condizioni (logistiche, relazionali, sociali, storiche, tecnologiche
ecc.) in cui si svolge l'insegnamento e ai fattori (neurofisiologici,
psicologici, sociologici ecc.) dell'apprendimento. Il Tirocinio in azione. Lo schema teoria (lezioni, ricerca scientifica), tecnica (laboratori di riscoperta operativa dei paradigmi concettuali precisati nelle lezioni e tirocini osservativi o comunque di studio degli strumenti di analisi dell'esperienza professionale) e pratica (tirocini in situazione reale, ovvero esperienza di insegnamento sul campo durante la quale si dimostra la propria competenza e la si consolida con l'azione riflessiva individuale e di gruppo) sembra ormai costituire un paradigma per l'organizzazione del piano di studi di qualsiasi formazione iniziale dei docenti. La triangolazione teoria, tecnica, pratica, tuttavia, esplode a cannocchiale: non c'è soltanto nella formazione iniziale dei 300 crediti, bensì condiziona anche la qualità della formazione iniziale in servizio, nonché della formazione ricorrente in servizio. Da questo punto di vista, è sbagliato pensare la formazione iniziale dei docenti limitata a quella universitaria: bisogna prevedere anche che la formazione accademica accompagni la formazione di accesso alla professione (praticantato con i 60/90 crediti di cui si diceva) e quella in servizio proprio per non interrompere il circuito di cui si discorreva. La carriera. Il coinvolgimento dell'università per la formazione dei docenti,
infine, deve essere previsto anche per il consolidamento e lo sviluppo
della carriera dei docenti stessi. Dopo una certa anzianità
di servizio a tempo indeterminato (8 anni), un docente può
accedere alla formazione universitaria sempre giocata sul circuito
teoria, tecnica e pratica per diventare, ad esempio, figura di sistema
o di staff (responsabili di progetti speciali di istituto, documentalisti
ecc.: 30 crediti); docente aggregato (60 crediti; il docente aggregato,
chi non vuole abbandonare l'insegnamento ma vuole far carriera nell'insegnamento,
potrebbe confluire in un albo che consente la chiamata diretta da
parte delle scuole autonome); direttore della progettazione dei piani
di studio di istituto (90 crediti); dirigente scolastico di rete (120
crediti). Lauree specialistiche e lauree specialistiche per l'insegnamento. Il DM sulle lauree specialistiche assegna un alto numero di classi
al settore umanistico. Sono particolarmente eclatanti i casi della
Filosofia (tre classi) e di Storia (quattro classi). Va sottolineato
che, sia per quanto riguarda le declaratorie e l'individuazione delle
attività professionali di riferimento, sia per quanto riguarda
i settori scientifico-disciplinari, le differenze tra le classi sono
minime e, in qualche caso, a giudizio di molti, pretestuose. Le Facoltà
che avrebbero voluto o vorrebbero attivare una sola laurea specialistica,
accorpando i settori di quelle ministeriali, si sono d'altra parte
trovate e si trovano in serie difficoltà "tecniche"
a causa dei vincoli cui sono sottoposte nella suddivisione dei crediti. Quale profilo professionale? I 300 crediti della laurea specialistica per l'insegnamento e i successivi
60/90 non valgono in sé. Sono da collegare ad un preciso profilo
professionale che distingue per quanto è necessario le conoscenze
(disciplinari e interdisciplinari) e le abilità (didattiche,
relazionali, di intuizione psicologica, gestionali, organizzative
ecc.) richieste ai docenti che intendono insegnare nei diversi gradi
di scuola. Handicap e diversità per tutti. Va inserito nel contesto del profilo professionale terminale anche
la preparazione di tutti gli insegnanti per il trattamento dei soggetti
portatori di handicap e delle diversità culturali (migranti,
stranieri ecc.). L'idea che questa preparazione si possa ridurre ad
una serie di conoscenze e di abilità aggiuntive alla professionalità
docente ordinaria è lesiva della stessa identità deontologica
dell'insegnante. Occorrerà tarare le conoscenze e le abilità
richieste sia sulla formazione iniziale universitaria sia su quella
relativa al biennio di straordinariato, ma nell'uno e nell'altro caso
deve trattarsi di una preparazione professionale trasversale che tematizza
la presenza ordinaria dei soggetti portatori di handicap e delle diversità
culturali nelle comuni classi scolastiche, e riesce a gestirla in
maniera educativa. Il problema della collocazione. Dove prevedere la collocazione della laurea specialistica per l'insegnamento?
Questo punto resta ancora aperto. Descrittivamente, si possono, però,
fare tre ipotesi con relative conseguenze in termini di impostazione
del decreto attuativo. 2. Soluzione speculare alla precedente è quella di ridurre il ruolo "politico" delle Facoltà e affidare il coordinamento della formazione degli insegnanti ad una apposita struttura speciale di Ateneo, creata mediante il concorso delle Facoltà. Tale struttura speciale, già prevista dagli attuali ordinamenti universitari, coordina e svolge con il concorso delle Facoltà le attività didattiche per il conseguimento delle lauree specialistiche per la professione docente. Ha facoltà di un regolamento e autonomia gestionale e didattica. Avrebbe come organi il Preside o Direttore, il Consiglio della Scuola e il Consiglio dei Corsi di Laurea. Il Consiglio della Scuola sarebbe costituito dai rappresentanti delle Facoltà coinvolte nelle lauree specialistiche; i membri sono eletti dai rispettivi Consigli di Facoltà, cura e formalizza il rapporto con le scuole, delibera i programmi istituzionali e didattici, elabora e approva il bilancio, ha i compiti tipici dei Consigli di Facoltà ed, infine, elegge il Direttore/preside. Vantaggi: questa soluzione può contare sul nucleo delle attuali Ssis e "centralizzerebbe" in modo unitario la formazione dei docenti. Svantaggi: è facile immaginare che le Facoltà che per antica tradizione si occupano di docenti sarebbero contro questa soluzione che le priverebbe non tanto e non solo di una quota cospicua di studenti, ma soprattutto della stessa loro ragion d'essere. Scienze della Formazione, ad esempio, si troverebbe ad essere del tutto sbilanciata sull'extrascolastico, senza poter mettere a frutto l'esperienza maturata per la scuola e l'insegnamento. Anche in questo caso, come in quello precedente, per dare attuazione a questa ipotesi occorrerebbe mettere a punto un decreto analogo a quello delle lauree delle professioni sanitarie con l'indicazione della sede ove sono previste le attività didattiche necessarie per conseguire la laurea abilitante alla professione docente (contrariamente a tutte le altre classi di laurea che invece lasciano piena libertà agli Atenei di regolarsi come credono). 3. Una possibile terza soluzione è quella di prevedere soltanto, ma in maniera molto precisa e perfino rigida, l'indicazione dei profili, dei crediti e le tabelle della laurea specialistica (o delle lauree specialistiche) necessari per accedere alla professione docente, senza l'indicazione delle sedi ove conseguire i crediti. Vantaggi: si lascerebbe libertà di organizzazione ai singoli Atenei, valorizzando l'autonomia universitaria. Svantaggi: si moltiplicherebbero le modalità operative ed organizzative nelle quali formare i docenti (Facoltà, Scuole Speciali Interfacoltà, ecc.). Per dare attuazione a questa soluzione occorre un decreto che si limiti a fissare i crediti e condizioni necessarie per accedere ai posti di insegnamento, lasciando agli Atenei la responsabilità di gestire anche questa classe (o queste classi) in analogia all'impianto delle altre 104 classi di lauree specialistiche. In questo caso il decreto dovrebbe anche precisare le modalità di acquisizione dei 60/90 cfu post lauream (lasciando anche qui libertà agli Atenei di organizzarsi come credono oppure prevedendo una struttura omogenea sul territorio nazionale?). Qualunque soluzione si assuma, sarebbe bene evitare il rischio di una eccessiva frantumazione campanilistica della formazione dei docenti. La leva finanziaria dovrebbe, invece, essere adoperata per favorire progetti formativi coordinati tra diversi atenei, della stessa o di diverse regioni, al fine di ottimizzare non solo le risorse materiali e intellettuali presenti in un territorio, ma l'identità, la tradizione e la ricchezza delle diverse sedi universitarie. |