RIFORMA DELLA SCUOLA
RAPPORTO FINALE del
GRUPPO RISTRETTO di LAVORO
costituito con
D.M. 18 luglio 2001 n.672
ROMA 28 novembre 2001
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Rapporto finale
del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.m. 18 luglio 2001, n. 672 |
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Parte II Il controllo e la discussione dell'ipotesi |
| CAPITOLO I - da Palermo a Torino: l'ascolto delle scuole. Resoconto
ed impressioni (a cura di Norberto Bottani, con contributi di Giuseppe Bertagna, Giorgio Chiosso, Michele Colasanto, Ferdinando Montuschi e Silvano Tagliagambe) Uno degli elementi della strategia di consultazione messa in atto
dal gruppo d'esperti per svolgere una complessiva riflessione sull'intero
sistema scolastico e per fornire concreti riscontri in vista del suo
riordinamento è stata l'organizzazione di una serie di incontri
con le scuole, di visite sul terreno per verificare la pertinenza
delle ipotesi di lavoro, accertarne la comprensione alla base, nelle
scuole, nonché per appurare, con un rapido e parzialissimo
sondaggio, lo stato d'animo dei docenti, degli operatori scolastici,
degli studenti e dei genitori rispetto ai lavori in corso. Sicilia : Palermo e Marsala Il gruppo d'esperti non ha purtroppo potuto visitare scuole della regione del Lazio come era stato inizialmente preventivato per cause estranee alla sua volontà. |
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1) Un ringraziamento speciale va rivolto ai tre direttori generali regionali che hanno organizzato le visite in loco e che hanno ospitato in maniera signorile la nostra delegazione : Michele Calascibetta per la Regione Sicilia; Pasquale Giancola per la Regione Abruzzo; Marina Bertiglia par la Regione Piemonte 2) La ripartizione dei compiti all'interno del gruppo è stata la seguente: Ferdinando Montuschi : scuola materna; Giorgio Chiosso : scuola elementare; Giuseppe Bertagna : scuola media; Silvano Tagliagambe : licei; Norberto Bottani : istituti tecnici e professionali; Michele Colasanto : centri formazione professionale |
| Scuola Materna a cura di Ferdinando Montuschi
1. Reazioni negative alla proposta La prima impressione di fronte alla proposta è stata caratterizzata
dal sospetto, dalla preoccupazione che il "credito" nascondesse
un inganno, un "trucco" per conseguire un fine educativo
non chiaro e non dichiarato. Altra perplessità è risultata
alimentata dalla individuazione di una presunta ingiustizia nei confronti
di quanti - proseguendo gli studi - non possono usufruire di alcun
vantaggio a fronte di un beneficio dichiarato invece per tutti. Altri
ancora hanno intravisto un inopportuno abbassamento dell'obbligo formativo
proprio per i più bisognosi di formazione : quelli che lasceranno
gli studi all'età di 17 anni.
Gli insegnanti della scuola materna sono risultati i maggiori sostenitori
della proposta, ed hanno visto in essa : 3. Problemi relativi al riconoscimento del credito formativo di un anno Un problema ampiamente discusso riguarda le "condizioni"
per il rilascio della certificazione relativa al credito. Tutti concordano
nell'individuare criteri chiari e definiti per non aprire un contenzioso
insanabile fra scuola e famiglie in vista del rilascio della certificazione.
Un primo dato che trova tutti concordi riguarda il fatto che la semplice
iscrizione, di per sé, non dà diritto a certificazione.
In alcune sedi (soprattutto in Sicilia) si segnala l'impossibilità
di accogliere tutti i bambini i cui genitori abbiano fatto richiesta.
Esistono infatti consistenti "liste di attesa" che rendono
incerto, e a volte impossibile, l'esercizio del diritto al credito
formativo, A fronte dunque di questa proposta, si pone allora il problema
dei finanziamenti necessari per mettere tutte le sedi scolastiche
in condizione di istituire, in ogni sede, sezioni per soddisfare le
richieste di tutti i richiedenti. Si segnala altresì che attualmente
le sezioni, un po' dovunque, superano il numero di trenta alunni.
Il giudizio è unanimemente positivo sugli attuali "Orientamenti didattici" nazionali. Gli insegnanti dichiarano di aver molto faticato a capirli e ad applicarli : attualmente li trovano utilizzabili, aperti e non gradirebbero un loro cambiamento. Ritengono invece importante che vengano tenuti presenti sia per tradurli in obiettivi di riferimento sia per elaborare una griglia di valutazione degli esiti educativi al termine dell'esperienza della scuola materna, al fine di fornire agli insegnanti delle elementari un utile punto di partenza per elaborare la loro programmazione didattica.
La proposta di riconoscere un credito formativo ai bambini che frequentano
sistematicamente, e con giustificazione delle assenze, i tre anni
di scuola materna appare largamente condivisibile dagli insegnanti;
qualche perplessità proviene dai genitori e dagli insegnanti
di scuola elementare. Il problema sembra stimolare, almeno inizialmente,
una risposta più emotiva che razionale, e calamitare tutte
le scontentezze che provengono da delusioni su altri fronti della
riforma scolastica. DIREZIONE DIDATTICA "LOMBARDO RADICE", PALERMO (15 ottobre
2001)
DIREZIONE DIDATTICA "PADRE GEMELLI" TORINO, (19 ottobre
2001) DIREZIONE DIDATTICA, BUSSOLENO (20 ottobre 2001) PS : Non è pervenuto l'elenco dei partecipanti agli incontri avvenuti all'Aquila. |
| Scuola Elementare a cura di Giorgio Chiosso
Il primo tema posto all'attenzione dei consigli di interclasse e
di circolo è stato quello del rapporto tra scuola dell'infanzia
e scuola primaria, consapevole che se si imposta la riforma all'insegna
del principio di continuità, tale principio non può
essere smentito neppure nel passaggio tra i due segmenti scolastici
inferiori. La questione è stata molto dibattuta nelle due scuole
siciliane (nei cui consigli di circolo erano presenti anche rappresentanti
delle scuole dell'infanzia) in ragione del fatto che per mancanza
di posti-alunno numerosi bambini tra i 3 ed i 6 anni non possono frequentare
la scuola dell'infanzia e giungono alla prima classe della scuola
primaria senza la padronanza di quei cosiddetti "pre-requisiti"
(so bene che non si potrebbe usare questa parola, ma non me ne viene
nessun'altra migliore) per entrare nel sistema della piena scolarità
infantile.
Salvo in un caso (di cui dirò tra breve) non ho riscontrato
soverchie nostalgie per la scuola settennale prefigurata dalla legge
n. 30, provvedimento che in genere appare circondato da qualche punta
di scetticismo per l'evidente difficoltà a gestire il fenomeno
della cosiddetta "onda anomala". Invece ho trovato (fenomeno
che trovo singolare) abbastanza diffusa la convinzione (parlo ovviamente
degli insegnanti) che gli "Indirizzi" predisposti dal ministro
De Mauro si possano ormai ritenere i "Nuovi Programmi",
con una grande confusione non solo tra "Indirizzi" e "Programmi"
(nella scuola dell'autonomia i "Programmi" non possono essere
più previsti) e tra ciò che è ancora in fase
di decisione (gli "Indirizzi", mai entrati in vigore) e
ciò che invece ancora esiste sul piano ufficiale (i "Programmi"
del 1985).
Il ridotto campione delle scuole visitate era costituito da un solo
istituto comprensivo (Sant'Antonino di Susa, materna/elementare/media,
con dirigente una preside di scuola media) e da quattro circoli didattici
tradizionali con alcune sezioni di scuole materne. Ho tratto due impressioni
che restituisco con tutta la provvisorietà del caso :
Nell'ultima parte delle riunioni ho sottoposto ai presenti anche
istanze e problemi riguardanti il Servizio Nazionale per la Qualità
del Sistema di Istruzione e di Formazione, formulando anche precise
proposte in ordine all'assetto che il servizio potrebbe assumere sul
piano dell'organizzazione delle verifiche periodiche intorno ai livelli
di apprendimento stabiliti in coerenza con gli obiettivi specifici
di apprendimento. Credo che su questo punto si possa concludere con una doppia riflessione.
Sia pure con sensibilità e argomenti diversi, il principio
di periodici sondaggi in ordine alla qualità degli apprendimenti
non è contestato in via di principio (anche se le quote più
sindacalizzate, ved. circolo "Pallavicino" di Palermo lo
guardano con grande sospetto e tutto lascia intendere che potrebbero
contrastarlo con vigore nel caso fosse messo in pratica). Esso è,
comunque, sottoposto ad una raffica di osservazioni critiche e di
puntualizzazioni pratiche, anche da parte di chi lo ritiene necessario
e tutti alla fin fine (anche se nessuno lo dichiara in modo esplicito)
sperano che nulla cambi (la pratica di soluzioni così lontane
dalle consuetudini correnti appare addirittura fantascientifica).
DIREZIONE DIDATTICA "PALLAVICINO", PALERMO (15 ottobre
2001) 4° CIRCOLO DIDATTICO "SAPPUSI", MARSALA (16 ottobre
2001) CIRCOLO DIDATTICO "G. GALILEI", L'AQUILA (18 ottobre 2001) DIREZIONE DIDATTICA "DUCA D'AOSTA", TORINO (19 ottobre
2001) ISTITUTO COMPRENSIVO DI SANT'ANTONINO DI SUSA, SANT'ANTONINO DI SUSA
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| Scuola Media A cura di Giuseppe Bertagna
Insiste su due vasti quartieri della città, il Resuttana San Lorenzo e il Pallavicino. Un suo studente, Claudio Domino, venne assassinato 11 anni fa 'per mano omicida' (mafia ? criminalità comune ? altro ? : ancora non si sa) dinanzi ai cancelli della scuola. Registra tra gli studenti "comportamenti inquietanti predittivi del costume mafioso quali il familismo, l'affiliazione, il bullismo, la prevaricazione, l'antagonismo, nonché tratti di xenofobia". Per questo, guidata da una dirigente molto attiva e impegnata, dichiara nel Pof di "realizzare la finalità del suo progetto politico : sviluppare e trasformare la cultura del territorio", attivando "un processo di liberazione e coscientizzazione" che vada "oltre i bisogni espliciti" espressi dalle famiglie e dall'ambiente. locali sono recenti (1998), non esistono doppi turni. Ha a disposizione un docente distaccato con le funzioni di psicopedagogista. Il Pof è molto curato, arricchito di indagini sociologiche e psicologiche sulla realtà della scuola e degli allievi. Numerosi i progetti attivati nell'istituto (tra cui 'Adottiamo un monumento' e il 'Progetto Giano' contro la mentalità ed i comportamenti mafiosi). Interessante la circostanza che per ogni classe si disponga dei dati relativi alle prove di ingresso degli allievi (265 iscritti, 249 testati), riguardanti le abilità di base (numeriche, di studio, di ragionamento e di lettura) e le dimensioni etiche, motorie, relazionali, creative, decisionali e della personalità. Ne risulta una documentazione molto utile sia a verificare se davvero le classi sono state costituite, come era intenzione, in base al criterio della equieteroneità, sia ad impostare con consapevolezza le attività didattiche annuali. Il consiglio di classe coinvolto nell'audizione è stato quello della 1a C. Sono presenti, oltre ai docenti di classe, anche lo psicopedagogista e il vicepreside. Le preoccupazioni maggiori di 5 docenti sui 9 di classe che sono presenti riguarda l'incapacità dei ragazzi di rispettare le regole stabilite per la vita di classe. La professoressa di matematica segnala piuttosto la loro inadeguatezza nella comprensione dei testi e la loro scarsa capacità di attenzione e di concentrazione. Su questa base si apre la discussione sulle ipotesi della legge 30 e su quelle presentate dal Gruppo di lavoro ministeriale. Solo la preside e la professoressa di matematica, pur riconoscendo all'ipotesi del Gruppo di lavoro numerosi meriti, messi di fronte ad una scelta ritengono di preferire la soluzione adottata dalla legge 30. Gli altri docenti la ritengono al contrario inadatta. Soprattutto li preoccupa il fatto che ragazzi ancora così poco maturi siano costretti a scegliere tra i diversi indirizzi della secondaria a 13 invece che a 14 anni. Un anno in più, soprattutto se visto nell'ottica del biennio terminale di orientamento, avrebbe sicuri effetti positivi. Consensi unanimi riceve comunque la scelta di ipotizzare un biennio che comprenda la 5a elementare e la prima media e che obblighi i docenti dei due gradi scolastici a collaborare insieme nei momenti della programmazione e della valutazione. Anche la prospettiva di prove nazionali predisposte dal Servizio nazionale per la Qualità della scuola non desta preoccupazioni, ma viene anzi accolta come un'opportunità da adoperare per migliorare la qualità e la responsabilità della scuola. La discussione si fa invece molto più animata nel consiglio di istituto. La preside e tre docenti sentono la proposta del Gruppo di lavoro più come una disconferma politica dell'azione del precedente governo e della legge 30 da esso propiziata che come una diversa e migliore soluzione riformatrice. Inoltre, ravvisano nell'eventuale adesione alla proposta di un Gruppo di lavoro nominato dal Ministro una specie di delegittimazione della militanza pedagogicamente e socialmente progressista che hanno sempre testimoniato anche a livello sociale e professionale. Ritengono perciò che sarebbe un segnale negativo non confermare la legge 30, anche con i problemi di fattibilità che, pure, riconoscono, la accompagnano. Non sono di questa opinione, al contrario, tre docenti e i quattro genitori presenti. In particolare, il presidente del consiglio di istituto. Essi ritengono che i problemi educativi, culturali e didattici dei ragazzi sarebbero meglio tutelati con l'impianto predisposto dal Gruppo di lavoro.
La scuola media si trova in una zona centrale della città. Ha anche corsi Eda, che vedono coinvolti docenti della scuola elementare e della scuola media. Non è comprensiva, ma è collocata in una sede contigua al Liceo classico. Tra le due istituzioni non esistono, tuttavia, integrazioni a rete o diretto per particolari iniziative, o didattiche o di presenza sociale. I docenti dell'Eda non impostano, peraltro secondo la norma, la propria attività sull'insegnamento solo disciplinare ma anche su progetti. Esiste la seconda lingua, per cui si ha un orario settimanale di 33 ore. Le ore di insegnamento sono di 50 minuti per poter avere a disposizione tempo per i Laboratori, nel corso dei quali si svolgono attività pluridisciplinari o si affrontano problemi complessi. I Laboratori prendono il 15% del tempo curricolare. L'organizzazione scolastica è modulare per educazione artistica e musicale, nel senso che sono portate, per i ragazzi, a 4 ore per ogni quadrimestre. A richiesta delle famiglie, la scuola offre anche laboratori didattici pomeridiani di lingue straniere (con lettori di madre lingua di inglese e francese), informatica, attività teatrali e gruppo sportivo. I due consigli di classe coinvolti nell'audizione sono della 1a D e del centro Eda. Numerose le domande di chiarimento sia sulla legge 30, che non risulta affatto conosciuta nei dettagli e di cui si ha un sostanziale timore, sia sulla proposta alternativa di revisione. Ogni docente esprime poi la propria posizione. Chi scrive è colpito dai toni misurati e dai continui riferimenti alla concretezza educativa dei problemi posti in discussione. Si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una scuola che non tenta di imporsi al tessuto sociale che serve e che la circonda con propri progetti più o meno ideologici e pedagogici, ma che intende costruire insieme ai genitori e all'ambiente un percorso di cambiamento condiviso e comunemente coinvolgente. La critica alle soluzioni adottate dalla legge 30 non è mai ideologica, ma giustificata da sistematici riferimenti a problemi e situazioni concrete vissute dai singoli nel contesto di lavoro. Il rischio, si sottolinea, era che per voler realizzare un disegno in astratto anche condivisibile si finisce per promuoverne un altro molto meno convincente. Solo un docente, quello di educazione tecnica, interviene per segnalare la propria piena adesione ai dispositivi della legge 30, ma rimanendo più su un piano ideologico che operativo e didattico viene si può dire persuaso dagli altri con esempi e con simulazioni a riconoscere la necessità di superare la propria posizione, cosa che esplicita proprio in chiusura di seduta. Pur non negando i problemi che anche la proposta alternativa pone alla professionalità dei docenti, professionalità che esige un forte investimento nel cambiamento soprattutto nel passaggio dalla quinta elementare alla prima media, alla fine la totalità dei presenti reputa una sfida percorribile e da raccogliere quella tracciata dal Gruppo di lavoro, e ne sottolinea i caratteri sia di innovazione sia di adesione ad un know how per certi aspetti già presente nell'azione e nella tradizione della scuola italiana. Qualche perplessità, invece, si esprime sulle 25 ore obbligatorie e sulle 300 facoltative perché si teme che in questo modo i ragazzi e le famiglie siano spinti a considerare conclusi i propri percorsi formativi solo con l'orario obbligatorio, ma è anche viva la consapevolezza, come sostiene il dirigente, che proprio questo apre per la scuola e la professionalità docente una interessante prospettiva di sollecitazione e di coinvolgimento dei ragazzi e delle famiglie. Ancora più interessante della seduta dei consigli di classe è stata quella del consiglio di istituto. La discussione è stata intensa, ricca di curiosità non banali. Soprattutto i genitori vi hanno partecipato. Il signor Stefano Caruso, per esempio, ha ritenuto di presentare per scritto alcune sue osservazioni. "Ho apprezzato innanzitutto, egli scrive, la disponibilità al confronto con chi vive le diverse realtà scolastiche reali, al fine di individuare eventuali correttivi alla legge 30. Non credo ci siano precedenti in tal senso. Inoltre, a mio modo di vedere, altro aspetto di fondamentale importanza è quello di avere disquisito sull'argomento da un punto di vista tecnico, relegando, così come deve essere, l'aspetto politico ad elemento non prioritario. Ciò premesso Lei ha individuato come fulcro della riforma gli alunni, tralasciando la classe docente che, essendo a mio avviso oggi estremamente appiattita, deve essere opportunamente motivata sia economicamente che moralmente, assicurando, nel contempo, una più rigorosa valutazione lungo tutto il percorso lavorativo. Faccio presente che è tuttora in uso fra i docenti assumere posizioni e comportamenti propri dello schieramento politico di appartenenza, quando, invece, è solamente dimostrando con chiari criteri oggettivi ed opportune garanzie che realmente chi qualitativamente è più valido deve andare avanti, differenziandosi da chi non profonde alcun impegno, che, al contrario, non può e non deve trovare analoga considerazione. Anche la lingua inglese da tutti quotidianamente considerata "straniera", nel nostro contesto deve essere studiata al pari dell'italiano, sin dall'età infantile, che è il periodo di maggiore e più facile apprendimento. Nel prospetto da Lei illustrato ritengo particolare attenzione abbia il momento di formazione che racchiude il 5° e 6° anno scolastico : infatti conflittualità possono sorgere tra maestri e professori, ritenendosi quest'ultimi più qualificati dei primi. Estremamente importante è anche, come Lei ha evidenziato, ricreare nuove sinergie tra docenti e genitori, tra scuola e realtà sociali. Infine gli scrutini finali di ogni biennio e le prove d'ingresso al biennio successivo meritano, a mio avviso, un approfondimento perché si rischia, senza le opportune strategie di breve e medio periodo che motivino la nostra classe docente, di avere giudizi disomogenei o addirittura contrastanti". Anche il signor Mancuso esprime un'adesione convinta al progetto di revisione della legge 30, sottolineando di vedere come acquisto la presenza di uno sviluppo progressivo, e non ripetitivo, come accade ora, dei piani di studio della scuola primaria e media. In questa prospettiva attribuisce un significato molto importante al terzo biennio che vede lavorare insieme maestri e professori. Come recita il verbale dell'incontro, infine, "tutti i membri del Consiglio di istituto esprimono parere favorevole e si mostrano complessivamente soddisfatti degli emendamenti proposti dal Gruppo di studio ministeriale alla riforma".
Nel corso del primo Consiglio di classe la discussione si concentra
sulla valutazione nazionale e sulla proposta dei laboratori opzionali.
Quanto alla prima, tutti gli intervenuti trovano interessante istituire
un momento di valutazione nazionale all'inizio di ogni biennio, purché
si chiarisca molto bene che questa costituisce il punto di partenza
della programmazione del biennio che inizia (e non diventi invece
una indiretta valutazione dei docenti del biennio precedente). Anche nel secondo Consiglio la discussione si focalizza sulla valutazione
nazionale e sui laboratori. Come per il precedente Consiglio, la proposta
di una valutazione su scala nazionale viene apprezzata con alcune
precisazioni: in particolare si sottolinea l'importanza della trasparenza
e della conoscenza dei criteri e anche dei contenuti con cui si svolge
PRIMA dell'insegnamento nel biennio, in modo che se ne possa tenere
conto nella programmazione didattica. Nel Consiglio di Istituto la discussione è stata in gran parte condizionata da un genitore dimostratosi pregiudizialmente contrario alla revisione della legge 30, che pertanto ha sottolineato una radicale contraddizione nella proposta presentata tra il livello ordinamentale (5 + 3) e quello curricolare (4 bienni), specialmente nel caso del terzo biennio. Circa la proposta di percorso unitario, il medesimo genitore sottolinea che alcune ripetizioni sono utili perché a età diverse si apprende in maniera differente; chiede se si possono utilizzare i laboratori per queste ripetizioni di contenuto. La riunione sviluppa il tema dei laboratori, i partecipanti ai precedenti consigli di classe spiegano al genitore quanto emerso nelle altre riunioni. In conclusione, la maggioranza dei partecipanti si dichiara "aperta" alla proposta presentata, raccomandando di approfondire il tema dell'extra-curricolare, perché potrebbe trasformarsi in occasione di forti discriminazioni sociali. Scuola Media "Mazzini", L'Aquila (18 ottobre 2001) L'istituto è comprensivo. La dirigente proviene dalla direzione didattica della scuola elementare ed ha aderito con entusiasmo alle prospettive annunciate dalla legge 30, in particolare all'istituzione della scuola di base. I consigli di classe riuniti a discutere sono due, uno di 2a media, uno del centro Eda, che svolge il proprio servizio anche come scuola carceraria. Si assiste ad una polarizzazione. La dirigente e una docente guardano con sospetto all'operazione di revisione della legge 30. Ritengono che possa gelare entusiasmi innovativi che invece l'applicazione della legge 30, senza sospensioni, poteva attivare. Inoltre, ritengono che le soluzioni adottate dalla stessa legge fossero in assoluto le più pertinenti. Gli altri docenti, chi per motivi sistemici (far scegliere tra Liceo classico o Liceo professionale a 13 anni è reputato, per esempio, una imprudenza pedagogica), chi per ragioni più contingenti e quasi di esperienza personale, sono invece del parere che sia stato un bene sospendere l'attuazione della legge 30 e procedere ad una sua correzione. Le ipotesi del Gruppo di lavoro per un verso non fugano i timori, in particolare, quelli che nascono dalle verifiche dell'apprendimento previste all'inizio di ogni biennio successivo al precedente. Si teme che ciò si possa risolvere in un controllo surrettizio della professionalità dei docenti invece che servire ai docenti e alla scuola come strumento per meglio tarare l'attività educativa e didattica. Per l'altro, trovano, tuttavia, anche convinte adesioni. In particolare, la distinzione tra presenza ordinamentale della scuola primaria e della scuola media e il suo superamento sul piano della continuità didattica, con l'articolazione in bienni; la scelta tra percorsi di istruzione liceale e di istruzione/formazione professionale a 14 anni; il carattere maggiormente orientativo, rispetto ad oggi, del biennio terminale della scuola media; la costruzione a doppia velocità dei piani di studio con ritmi biennali per le attività delle 825 ore obbligatorie e quadriennali per le attività di laboratorio. Anche il consiglio di istituto ripropone una polarizzazione. La dirigente e una docente esprimono le loro perplessità e, pur riconoscendo pregevolezze anche alle ipotesi di correzione avanzate dal Gruppo di lavoro, alla fine ritengono che sarebbe meglio renderle compatibili con l'impianto già definito dalla legge 30, senza modificare l'impianto strutturale da essa presentato. Di opinione opposta tutti gli altri che giungono però a questa conclusione dopo un dibattito per nulla rituale e a tratti molto acceso. Soprattutto i genitori sostengono la necessità di superare le soluzioni della legge 30 e di adottare le correzioni prospettate durante l'incontro. Istituto comprensivo Leonardo da Vinci, Via degli Abeti 13, Torino (19 ottobre 2001) La scuola è di frontiera. Posta alla periferia della città, in un quartiere cresciuto troppo in fretta negli anni della grande immigrazione torinese dal Sud, sconta un tessuto sociale esterno fragile quando non, in certi casi, inesistente. La stessa collocazione della scuola ne è una prova. Alle 22, quando finisce il consiglio di istituto, si esce su strade buie, non adeguatamente illuminate; è impossibile prendere un mezzo pubblico che riporti in città ad una distanza ragionevole dalla scuola senza aspettare ore. Un taxi arriva dopo 15 minuti dalla chiamata. Il tassista dice, poi, che si è fortunati con appena 15 minuti, perché a quest'ora nessuno di loro, se non è già sulla strada del ritorno da un viaggio precedente, ama venire in questo quartiere dove le chiamate sono alcune volte abusive e la clientela non è quella comune. Si devono perciò comprendere le difficoltà incontrate dalla dirigente e dai docenti nello svolgimento del proprio lavoro. Il consiglio di classe della 1a F esprime questo disagio. I docenti sono smagati. L'entusiasmo ha in molti casi lasciato il posto ad un senso di impotenza e a uno scetticismo sulla possibilità di risultati culturali ed educativi soddisfacenti. La strategia praticata, perciò, è più quella del contenimento del danno che quella della risoluzione dei problemi, del resto così sproporzionati rispetto alle reali possibilità della scuola da esigere forti interventi sistemici di natura sociale e culturale. Basta poco, però, per accendere un dibattito che rivela insospettate originalità anche professionali dei docenti. Si ha l'impressione che essi avessero più subito che voluto i dispositivi della legge 30. Guardavano con sospetto alla eliminazione della scuola elementare e media e alla nascita della scuola di base settennale. Vivendo fenomeni di bullismo spesso gravi avevano il timore di una loro moltiplicazione e di una difficoltà ulteriore nella gestione del fenomeno. Inoltre, non erano convinti che a 13 anni i loro ragazzi fossero maturi per poter decidere se iscriversi ad un Liceo classico o a un Liceo tecnologico o tecnico. Hanno perciò visto con sollievo due elementi : che un Gruppo ministeriale incaricato di mettere alla prova alcune ipotesi di riforma avesse sentito l'urgenza di confrontarsi con una scuola e con docenti come loro; che tale Gruppo avesse in qualche modo già elaborato ipotesi che, almeno in parte, tentavano una risposta alle loro preoccupazioni. Hanno, perciò, aperto un fuoco di fila di domande di chiarimento e di valutazione, portando ognuno la propria esperienza. Sulle scelte strutturali dell'impianto il consiglio non ha obiezioni. Esprime invece qualche paura per le prove del Servizio Nazionale per la Qualità della scuola : non andranno a penalizzare proprio le scuole di frontiera ? Il chiarimento che l'intenzione è contraria e che, in ogni caso, in questo tipo di prove non contano tanto i risultati assoluti bensì quelli diacronici che esprimono valore aggiunto culturale (osservare i miglioramenti che gli allievi raggiungono con il passare dei bienni, fatto anche 0 il punto di partenza) non li rassicura. Concordano sulla necessità di prove nazionali oggettive di comparazione, ma chiedono che si eviti ogni standardizzazione rigida e soprattutto influente sui finanziamenti alle scuole. Anche il percorso facoltativo delle 300 ore suscita molto interesse. Se ne ravvisa l'indubbia utilità e pure originalità. Si potrà con esse corrispondere sia ai bisogni del recupero degli allievi problematici sia a quelli dello sviluppo degli allievi eccellenti. Ma ancora una volta questa flessibilità non potrà nuocere alle scuole di frontiera ? Tutti i docenti del consiglio di classe, comunque, hanno riconosciuto che queste perplessità non dovevano essere assunte come presa di distanza da una proposta necessaria e da non lasciar cadere, ma piuttosto come una richiesta di aiuto per mettere a punto best practices di gestione dei laboratori in situazioni di scuola e di rete che sono difficili. Molto più muscoloso è stato, almeno all'inizio, lo svolgimento del consiglio di istituto. Una genitrice e una maestra hanno inteso l'esposizione iniziale dei termini del problema in discussione come una requisitoria contro la legge 30 a fini politici. Il Gruppo di lavoro avrebbe elaborato la sua ipotesi per ragioni solo politiche, per squalificare l'operato del Governo precedente e per illustrare di conseguenza quello dell'attuale. Anche l'audizione del consiglio di istituto sarebbe stata, in questo senso, solo propagandistica, e non avrebbe affatto avuto il significato di una procedura metodologica indispensabile per saggiare ragionevolezza e praticabilità in situazione reale di soluzioni a problemi oggettivi presenti nella legge 30 e nel suo piano di fattibilità. Diverso l'atteggiamento degli altri componenti che, pur manifestando difficoltà nell'esprimere un giudizio comparativo sulle due ipotesi di riforma, hanno tuttavia molto apprezzato l'idea di articolare il percorso dai 6 ai 14 anni in bienni progressivi e con l'ultimo a carattere fortemente orientativo. Tutti del resto erano convinti che fosse meglio far scegliere ai ragazzi il tipo di percorso formativo preferito a 14 anni invece che a 13. La discussione è poi naturalmente scivolata su quanto stava prima della scuola primaria (la questione della scuola dell'infanzia e del credito che la sua frequenza avrebbe dovuto assicurare) e dopo la scuola media (l'istruzione secondaria e la formazione secondaria, con i relativi sviluppi nell'istruzione e nella formazione superiore). La contrazione della scuola secondaria superiore a quattro anni ha suscitato numerose perplessità e anche l'ipotesi dei moduli propedeutici all'università o alla formazione superiore è parsa più un modo per riassorbire il personale della secondaria reso soprannumerario dall'eliminazione del quinto anno che un segmento formativo con la sua logica di riqualificazione della qualità complessiva del sistema.
La scuola è visibilmente integrata con il territorio. Una dirigente scolastica particolarmente attiva è riuscita a costituire un nucleo di docenti motivati e innovativi e che permettono anche ricambi di personale senza che la continuità della struttura ne risenta. Progetti e Laboratori, distribuiti tra curricolo di base, opzionale e facoltativo, sono strumenti ordinari di lavoro della scuola, che da tempo ha superato l'esclusività della rigida partizione disciplinarista. Il motto della scuola è "una scuola a misura di alunno per crescere insieme sul territorio". Il percorso scolastico degli allievi è seguito con elaborazioni statistiche che danno una misura anche quantitativa dei fenomeni. Le bocciature, ad esempio, sono passate dal 5,8% del 1997/98 al 2% del 2000/01. Il dato è messo in relazione con la sperimentazione dell'autonomia che ha flessibilizzato l'offerta formativa e ne ha migliorato l'efficacia. Analogamente la scuola monitora il successo/insuccesso parziale/totale dei propri allievi nei primi anni della scuola superiore. Ha così a disposizione dati per non restare autoreferenziale e per verificare se e quanto la diminuzione delle bocciature nel triennio di scuola media trovi poi concreto riscontro nel successivo cammino dei ragazzi. L'audizione avviene di sabato. L'opportunità di non costringere ad una seduta pomeridiana del consiglio di istituto suggerisce di farlo lavorare insieme al consiglio di classe. La discussione e la comparazione tra legge 30 e proposte di correzione si rivela, comunque, subito molto ordinata e costruttiva, basata più su elementi concreti che ideologici. Il consiglio di classe e il consiglio di istituto condividono alla fine le seguenti conclusioni : Il modello di scuola elaborato dal Gruppo di lavoro ministeriale è per molti aspetti simile a quello già adottato dalla scuola. Vuol dire che razionalizza percorsi già in parte attivati dalle migliori esperienze didattiche militanti. È costruttiva la distribuzione degli otto anni in bienni, con il terzo in funzione di cerniera coprogettata tra primaria e media. Come è costruttiva la distinzione, nel piano degli studi, tra percorso scolastico obbligatorio, percorso scolastico facoltativo e percorso portato a valorizzare le esperienze formative dell'extrascuola. Ciò implica, però, una forte integrazione istituzionale e territoriale che non può essere data per scontata; e in ogni caso a anche un aumento della corresponsabilità educativa della scuola e della famiglia. Una sfida non facile, da vincere e che va molto sostenuta. Il rischio, infatti, è che proprio le famiglie e i ragazzi che maggiormente hanno bisogno di sollecitazioni educative siano penalizzati dal porli di fronte ad una scelta tra curricolo obbligatorio e facoltativo : potrebbero finire per optare per la scelta più facile e meno impegnativa, ma non per questo a loro più necessaria. Diversamente che nella scuola media precedente, non crea preoccupazioni la prospettiva di verifiche nazionali dell'apprendimento con ritmo biennale. La si ritiene anzi un contributo interessante al superamento delle tentazioni di autocentratura e al dovere professionale per l'autovalutazione di istituto. Il fatto di adottare procedure didattiche ed organizzative che già vanno in questa direzione spiega come essa non solo non spaventi, ma sia ben accolta. La circostanza prova che se lo sconosciuto spaventa, il provato rende tutto meno drammatico. Inoltre, spiega anche perché tutti ritengano importante che lo Stato definisca non solo il profilo terminale dell'allievo a 14 anni, ma soprattutto il quadro, ad esso coerente, delle conoscenze e delle abilità che devono essere acquisite dagli allievi biennio per biennio. Si ritiene il provvedimento indispensabile sempre per quel lavoro di autovalutazione di istituto che è la condizione per il miglioramento della qualità della scuola. SCUOLA MEDIA STATALE IGNAZIO FLORIO, PALERMO (15 ottobre 2001) SCUOLA MEDIA STATALE "V. PIPITONE", VIA SARZANA 3, MARSALA
(16 ottobre 2001) Partecipa il Consiglio di classe 1a D SCUOLA MEDIA "MAZZINI", L'AQUILA, (18 ottobre 2001) SCUOLA MEDIA "ALIGHIERI" , L'AQUILA (18 ottobre 2001) Partecipa il Consiglio di classe 3^ B ISTITUTO COMPRENSIVO LEONARDO DA VINCI, VIA DEGLI ABETI 13, TORINO
SCUOLA MEDIA STATALE FRANCESCO GONIN, VIA DON POGOLOTTO 45, GIAVENO,
TORINO (20 ottobre 2001) |
| Licei A cura di Silvano Tagliagambe
Raccordo tra scuola secondaria e università Il punto che ha ricevuto il maggior gradimento, e non ha incontrato obiezioni di sorta, è stato senz'altro quello relativo all'idea di stabilire un maggiore e più efficace raccordo tra la scuola secondaria e l'università attraverso i moduli di riallineamento di durata variabile. Il termine "riallineamento" non piace a tutti, più d'uno ci ha invitato a pensare a una definizione diversa, ma la sostanza della proposta (istituire un servizio che dia un contenuto effettivo alla possibilità di tutti di accedere all'università, anche dal canale della formazione superiore, e che non renda irreversibile le scelte - anche quella tra i diversi indirizzi liceali - fatte a 14 anni) è stata ben compresa ed è risultata convincente. Formazione superiore Altrettanto positivamente è stata accolta l'idea di istituire, parallelamente all'università, un canale della formazione superiore, di durata variabile (da uno o due semestri, fino a 6 semestri, con il conseguimento di un diploma professionale superiore equivalente, per il livello di formazione raggiunto, alla laurea triennale). E' stata ben compreso e recepito il proposito di "decongestionare" l'università, sfoltendo il numero, da tutti giudicato insostenibile, dei corsi di laurea e di valorizzare un tipo di formazione più orientata al lavoro e al conseguimento di una specifica professionalità.
Qualche perplessità è stata invece avanzata sulla riduzione a 4 anni dell'istruzione secondaria di II grado. Pur comprendendo le ragioni che sono alla base del superamento dell'idea di un ciclo della scuola di base di 7 anni (in particolare l'esigenza di superare gli effetti perversi dell'onda anomala) e concordando sull'opportunità di non superare i 12 anni di istruzione e/o formazione pre-universitaria (o pre-formazione superiore) la contrazione della durata dei licei viene vista da alcuni con preoccupazione. E' accettato, e viene valutato positivamente, il proposito di sollevare il livello complessivo della scuola italiana, spingendo verso l'alto l'istruzione primaria e quella secondaria di I grado, ma non tutti sono convinti che questo sforzo, congiunto con la disponibilità dei moduli di raccordo con l'università, sia sufficiente a scongiurare il pericolo di un impoverimento della qualità dell'istruzione secondaria di II grado. Articolazione tra l'istruzione liceale e quella professionale Il giudizio sull'articolazione in due canali distinti del ciclo dell'istruzione/formazione
secondaria è sfaccettato. In generale questa articolazione
viene vista positivamente, però alcuni hanno sottolineato con
forza l'esigenza che i due canali, pur distinti, come si è
detto non siano separati e, soprattutto, non diano luogo a un'articolazione
che sia anche gerarchica, con un'istruzione di serie A e una formazione
di serie B. Per evitare questo rischio è stata sottolineata
la necessità di passerelle, con il supporto di servizi di sviluppo
e recupero degli apprendimenti prolungati ed efficienti, che rendano
possibile, senza troppi condizionamenti, il passaggio, soprattutto
nel primo biennio, dall'uno all'altro canale. All'interno di questo
quadro è stata comunque valutata positivamente la possibilità,
anche per coloro che acquisiscano il diploma di formazione professionale,
di accedere, previa la verifica della preparazione iniziale, prevista
dall'art. 1, c. 1 del D.M. 509/99) a qualunque corso di laurea universitario.
A proposito di quest'ultima normativa, che sancisce il venir meno
dell'automatismo tra il conseguimento del titolo rilasciato dalla
scuola secondaria superiore e l'iscrizione all'università,
qualcuno (in particolare il preside del Liceo scientifico dell'Aquila),
propone di sperimentare il non riconoscimento del valore legale dei
diplomi rilasciati dalla scuola o dalla formazione secondaria, al
fine di mettere in risalto e in primo piano la certificazione delle
competenze rispetto al semplice rilascio dei titoli.
La proposta di articolare la didattica in cicli biennali e di valutare la possibilità di essere tolleranti nel primo anno del biennio, permettendo il passaggio al secondo anche a chi presenta deficit e ha debiti formativi, cui deve però subentrare, al termine del secondo anno, il principio che i debiti debbono essere stati saldati, almeno in larga misura, per poter accedere al biennio successivo è stata generalmente ben accolta. Accoglienza ugualmente positiva ha avuto la proposta di ridare valore e incidenza, anche ai fini della prosecuzione, senza interruzioni e ripetizioni di singole tappe del percorso degli studi, alla valutazione del comportamento in classe e alla capacità di stabilire relazioni positive con gli altri studenti e con i docenti, dimostrando di aver raggiunto il grado di maturità nei rapporti sociali corrispondente al livello del sistema educativo al quale si è giunti.
L'articolazione dell'orario in due quote, una di 25 ore settimanali,
riservata all'insegnamento che è obbligatoria per le scuole
erogare e per gli studenti seguire, e uno di 300 ore annuali, ripartite
secondo un'articolazione anch'essa settimanale o per cicli intensivi,
che è invece obbligatorio per le scuole erogare, ma facoltativo
per gli studenti (pur rimanendo ovviamente fermo, anche in questo
caso, il diritto-dovere delle scuole di accertare, in modo rigoroso,
il conseguimento delle competenze, abilità e conoscenze stabilite
anche per questi segmenti formativi) è stata anch'essa accolta
positivamente. Piace, in particolare, l'idea di accoppiare a una gestione
"autonoma" di gran parte dell'offerta formativa da parte
dei singoli istituti, un'organizzazione a rete dei "laboratori"
(o come si deciderà di chiamarli, considerato che il termine
evoca esperienze di diverso genere e da molti non è ritenuto
il più idoneo a esprimere la novità della proposta)
con l'introduzione; da un lato, del principio di concorrenzialità,
all'interno di uno stesso territorio, tra istituti che decidano di
fornire lo stesso tipo di servizio, e dall'altro di quello della cooperazione
tra scuole che decidano invece di distribuirsi, in modo concordato,
tra loro i laboratori da attivare. LICEO SCIENTIFICO STATALE "S. CANNIZZARO", PALERMO (15
ottobre 2001) LICEO CLASSICO SPERIMENTALE STATALE "GIOVANNI XXIII", MARSALA
Liceo Scientifico "A. Bafile", L'Aquila (18 ottobre 2001) Liceo Scientifico "Alessandro Volta", Torino (19 ottobre
2001) Liceo classico e Istituto superiore "des ambrois" oulx
(20 Ottobre 2001) |
| Istruzione Tecnica e Professionale A cura di Norberto Bottani
In questa sezione si rende conto dei pareri raccolti negli incontri
organizzati con consigli di classe e consigli d'istituto di cinque
istituti professionali che si sono prestati a discutere le grandi
linee della riforma e ad esprimere con franchezza e onestà
la loro percezione dello stato della scuola italiana, senza mai nascondere
le perplessità provate di fronte a certe prospettive od ipotesi
né senza nemmeno mascherare le difficoltà incontrate
quotidianamente nell'insegnamento. · L'I.P.S.C. e l I.T.I. "Cosentino" di Marsala, collocato nei pressi del centro storico della città, che accoglie 600 studenti circa in un edifico troppo piccolo per la popolazione che lo frequenta e che propone tre indirizzi di studio : Indirizzo aziendale; Indirizzo turistico; e Indirizzo servizi sociali · L'I.P.I.A. l'Aquila, una scuola in piena metamorfosi, che ha una gloriosa storia sportiva grazie alla squadra di rugby le cui coppe troneggiano nell'ufficio del preside, frequentata all'incirca da 600 studenti che si ripartiscono in quattro indirizzi di studio : Indirizzo odontotecnico; Indirizzo elettrico-elettronico; Indirizzo alberghiero (appena inaugurato); e Indirizzo artistico · L'I.P.S. "Carlo Ignazio Giulio" di Torino, un
istituto celebre, che ha alla testa un dirigente carismatico, dove
si sperimentano innovazioni a tutti i livelli e che integra una grossa
sezione di studenti portatori di handicap. Il "Giulio" è
situato in centro città, nel quartiere S.Salvario, in cui vi
è un'importante presenza di immigrati, ed è frequentato
da un migliaio di studenti suddivisi in 50 classi: due terzi degli
studenti seguono i corsi diurni ed un terzo corsi serali ai quali
possono iscriversi solo studenti con più di 18 anni. La scuola
offre tre indirizzi professionali : Indirizzo aziendale; Indirizzo
turistico; e Indirizzo servizi sociali In tutte le scuole gli incontri sono stati franchi e diretti, e si sono svolti mettendo al bando inutili formalismi, in un clima caratterizzato da intensa partecipazione ed alto interesse. Il resoconto è articolato attorno a sette temi che mi sembra possono catalizzare l'insieme dei vari interventi Questi punti potrebbero a prima vista lasciar credere che ci si sia allontanati dalle ipotesi di lavoro, ma in realtà è il contrario che succede perché con essi si riesce a collocare gli interventi e le ipotesi in un quadro più politico che pedagogico, secondo un approccio per me più familiare, vista la mia estraneità al mondo scolastico italiano.
Il tema centrale affrontato nel corso delle sedute con i consigli di classe ed i consigli d'istituto è stato il modello "scuolacentrico" imperante nel settore dell'istruzione e della formazione professionale. L'orientamento che prevale in Italia è quello di una stretta integrazione tra istruzione generale e istruzione professionale che si consegue con una forte diluizione delle specificità professionalizzanti in molti indirizzi di studio. Questa situazione è stata sovente denunciata, ancorché nei Focus che hanno preceduto le visite nelle scuole sono stati più volte espressi pareri preoccupati sull'ipotesi di meglio distinguere istruzione generale e professionale. C'è reticenza e paura, esitazione e ostilità nei confronti di un orientamento come questo che propone un'impostazione della formazione secondaria di secondo ciclo diversa da quella fin qui in auge. Il timore di sacrificare la formazione umanistica e polivalente innestata su un tronco saldo di cultura generale lo si incontra però anche alla base. L'adesione al valore di una cultura scolastica che sovrasta la preparazione professionale e che fornisca agli studenti gli strumenti critici indispensabili non solo per capire il mondo in cui si cresce ma soprattutto per non essere mutilati e umiliati dalle esigenze utilitaristiche della produzione e della ricerca del profitto sono condivisi nelle sale dei docenti. Quale sia l'ampiezza di questo consenso è difficile dirlo, ma è d'uopo segnalare che esso si esprime in tutti gli istituti in modo più o meno esplicito ed aggressivo. La conoscenza e l'esperienza del mondo del lavoro, i problemi dell'occupazione e della transizione dalla scuola alla vita attiva, l'inserimento in ambiti professionali molto diversi da quelli virtuali ricostruiti nelle sedi scolastiche, sono temi ritenuti secondari rispetto a quelli riguardanti gli indirizzi curricolari e le impostazioni istituzionali. Il divario tra istruzione professionale e pratica quotidiana di una professione, il distacco tra formazione teorica e preparazione reale, la pochezza delle esperienze professionali nel corso dei trienni o dei bienni d'istruzione professionale sono raramente citati. Solo se richiesti, i docenti od i presidi si esprimono su questi temi, mentre invece interventi e commenti sono spontanei e ben documentati quando si tratta di curricoli, di obiettivi educativi, d'articolazione con altri tipi di scuole, o della collocazione istituzionale della formazione professionale. Il consiglio d'istituto dell'"Enzo Ferrari" di Susa è stata una delle rari sedi in cui si è esplicitamente denunciato lo scollamento tra scuola e mondo del lavoro. Nella scuola italiana, rispetto ad altri sistemi scolastici come quello francese, che i docenti di Susa conoscono assai bene, vige una netta separazione tra mondo dell'istruzione e quello aziendale. Solo una minoranza percepisce questa situazione come anomala. Per i più, è del tutto naturale che scuola e mondo del lavoro viaggino per conto proprio, su binari diversi e divergenti. Si capisce dunque che la proposta di meglio distinguere l'istruzione liceale da quella tecnica appare incongrua e contestabile.
Già in occasione della perizia svolta dall'OCSE sul pacchetto di riforme proposto dall'on. Luigi Berlinguer nel 1997, si era stato fatto notare che la riforma del settore dell'istruzione secondaria di secondo ciclo o delle scuole superiori rappresentava una sfida maggiore da affrontare se si voleva aggiornare il sistema scolastico italiano. L'esclusione della formazione professionale iniziale dal sistema scolastico è un caso a sé stante, pressoché incomprensibile per un estraneo al contesto italiano, tanto più che i centri di formazione professionale sono pure, a loro volta, impostati in maniera molto scolastica. In generale, ho constatato la presenza di una forte convergenza di pareri sulla necessità di rivedere l'impianto della scuola secondaria di secondo grado per rendere più chiara la specificità dell'istruzione professionalizzante, mentre invece ci sono resistenze considerevoli ad ampliare gli orizzonti per includere, almeno ad un livello teorico, lo spazio occupato dai centri professionali. Questo consenso non deve però illudere. Infatti, quando si entra nei dettagli le divergenze d'opinione si manifestano in modo lampante. Impera, in primo luogo, un pronunciato scettisismo sulla fattibilità del cambiamento che si caldeggia sul piano teorico, ma si contesta a livello pratico. Questi dubbi e queste reticenze sono imputabili a molteplici fattori : il fascino della scolarizzazione, l'attrazione del diploma di stato e degli studi universitari, il prestigio di una scuola che rilascia diplomi, i deboli tassi d'occupazione per i diplomati, la rassegnazione di fronte agli errori d'orientamento, le preclusioni nei confronti dei centri professionali a gestione regionale, ecc. Il mondo degli istituti professionali a gestione statale è in grande maggioranza favorevole ad un potenziamento dell'offerta formativa, ci mancherebbe altro, ma resta profondamente ancorato ai modelli scolastici in auge ed è senza defezioni fedele all'ordinamento statale. Nel consiglio di classe del secondo anno di odontotecnica all'I.P.S.I.A. dell'Aquila, la proposta di differenziare più nettamente l'indirizzo generale da quello professionalizzante è contestata come retrograda : "Sarebbe come fare un passo indietro di 50 anni" si afferma. Collego questo commento alla complessità di questa scuola, dove cova una crisi di identità dovuta alla metamorfosi di un istituto un tempo prevalentemente tecnico e maschile e che ora sta diventando scuola del settore terziario con una crescente popolazione femminile. La scuola continua ad avere un indirizzo elettrico-elettronico ma in zona non ci sono più aziende di questo tipo. Prepara cioè studenti per uno sbocco professionale che non c'è più. Questo è un bel esempio di divario tra offerta scolastica e domanda di posti di lavoro che è tipico nei modelli di formazione di stampo prevalentemente scolastico, dove è lecito non preoccuparsi della domanda espressa dal territorio. E molto più difficile invece finire in una impasse del genere con un modello di istruzione professionale imperniato sul tirocinio e le formazione in alternanza. Questa situazione concorre senz'altro a spiegare lo scarso gradimento espresso in questo consiglio di classe per la proposta di articolare diversamente istruzione generale e professionale. In questa scuola, il mantenimento di un solido tronco comune iniziale fra indirizzi molti diversi tra loro, la presenza di un biennio con una valenza orientativa, in grado d'offrire una base culturale che permetta poi di scegliere tra impostazioni professionalizzanti diverse, è vitale. Anche nel consiglio d'istituto, dove siedono i rappresentanti di tutti gli indirizzi della scuola, ritrovo logicamente le stesse reticenze : "La scuola non è preparazione al lavoro, ma della persona"; "le scuole specializzate professionalmente sono pericolose"; "le qualità tecniche e intellettuali non possono essere disgiunte"; "la dissociazione tra istruzione e formazione è aberrante". Capisco le ragioni di queste osservazioni, la pertinenza di queste preoccupazioni, ma nel contempo penso agli studenti che frequentano questa scuola e che non trovano un posto di lavoro nel campo professionale che hanno studiato durante cinque anni. Vorrei anzi dire nel mestiere che hanno imparato, ma non mi sento di essere così perentorio.
In tutte le scuole, l'opposizione al trasferimento alle regioni dell'istruzione professionale è massiccia e totale. Nessun consiglio di classe e nessun consiglio d'istituto si è pronunciato a favore di un trapasso in corpore dell'istruzione professionale verso le regioni e tutti chiedono che sia segnalata in modo esplicito questa opposizione al trasferimento alle regioni delle competenze in materia di istruzione tecnica e professionale. La legislazione in questo campo deve essere esclusivamente dello stato, così almeno auspicano tutti gli interlocutori, che temono di perdere risorse ed autonomia se la legislazione dovesse diventare esclusivamente regionale. Da un decennio a questa parte l'istruzione professionale e tecnica ha beneficiato in Italia di molti mezzi, non ultimi quelli del Fondo sociale europeo : per esempio, l'istituto "Ascenzio" di Palermo ha potuto creare una rete Intranet che consente l'organizzazione di videoconferenze. Ancora l'"Ascenzio" o il "Giulio" a Torino, hanno ampiamente sfruttato le opportunità del progetto 1992 e del progetto 2002 che permettono di ampliare gli organici d'istituti, di modificare la dotazione oraria e di innovare dal punto di vista pedagogico. Gli istituti temono che il trapasso alle regioni imbavagli la loro autonomia, riduca i margini d'innovazione e soprattutto le risorse umane e finanziarie di cui hanno potuto fruire restando nell'alveo statale. 4. Rimozione della formazione professionale regionale Nel corso degli incontri non si è mai accennato all'articolazione
con i CFP e con la formazione professionale regionale. La costituzione
di un settore della formazione professionale d'ampio respiro dovrebbe
includere di per sé tutti i tipi di formazione che dovrebbero
a loro volta essere articolati tra loro in un insieme coerente. Siffatta
proposta non è esclusiva ma inclusiva della formazione professionale
proposta dagli enti regionali. L'uso del sintagma "formazione
professionale" per designare quello che impropriamente si chiama
il canale della formazione professionale di per sé avrebbe
dovuto lasciare supporre che sotto questa denominazione avrebbe dovuto
essere collocato l'insieme dei tipi di formazione professionale esistenti
in Italia. Il fatto che l'istruzione tecnica e professionale sia essenzialmente
di tipo scolastico e sia innestata sulla scuola statala non è
infatti un argomento sufficiente per escludere i CFP o qualsiasi altra
prestazione delle regioni in questo campo dall'assetto del sistema
scolastico e di formazione. Anche se per ora non appartiene al sistema
scolastico vero e proprio, la formazione professionale iniziale gestita
dalle regioni è una formazione professionale a pieno titolo.
Orbene, questa per noi evidente considerazione non lo è affatto
negli istituti professionali e tecnici dove invece si continua ad
operare una netta distinzione tra istruzione tecnica e professionale
da un lato e formazione professionale dall'altro. In tutti gli istituti
si percepisce un certo disorientamento di fronte all'uso di un concetto
come quello di formazione secondaria per qualificare l'insieme del
settore dell'istruzione con finalità professionalizzanti. Questo
disagio è stato esplicitato in modo netto dal preside dell'I.T.I.S.
"Enzo Ferrari" di Susa per il quale la formazione professionale
è quanto fa la Regione Piemonte ma non la sua scuola oppure
altre scuole simili alla sua. Nel consiglio d'Istituto dell'I.P.S.I.A.
"Ascione" di Palermo si associa la formazione professionale
all'addestramento professionale e si ribadisce con forza che l'istruzione
professionale non è addestramento professionale. Questo lo
fanno le aziende ed i sindacati, mentre l'istruzione professionale
è di pertinenza della scuola. Alla fine di questo giro d'orizzonte
ho la netta sensazione di essermi imbattuto in un grande equivoco
fin qui mai dipanato e di essere stato vittima di un giuoco di parole
imbarazzante sulla portata della formazione professionale. Tutti sono
d'accordo sul principio del potenziamento della formazione professionale,
ma a condizione che questa sia l'istruzione professionale e tecnica,
quella impartita nelle scuole statali, e non quella delle regioni,
e ancor meno l'addestramento professionale proposto dalle aziende. Ci sembra sia giunto il momento di spezzare questo doppio legame per ridare alla formazione professionale il suo significato più ampio e più pieno.
In tutti gli incontri si è sondato il parere degli interlocutori
sulla proposta di realizzare la formazione secondaria iniziale in
un contesto misto e non più solo in un ambiente scolastico,
forma che prevale attualmente in Italia. La formazione professionale
iniziale di tipo misto comprende una formazione pratica in azienda
(spesso preceduta da corsi d'introduzione al lavoro) e una formazione
teorica in scuola, obbligatoria per quel che concerne i corsi di cultura
generale e quelli di conoscenze professionali, e facoltativa e/o di
ricupero per tutta un'altra serie di corsi complementari o di approfondimento.
In questo modello i posti di formazione non sono più definiti
dallo stato, come è il caso nel modello scolastico, ma dai
posti di tirocinio offerti dalle aziende la cui quantità varia
a seconda della congiuntura o dell'evoluzione del mercato del lavoro.
Infatti, è possibile iscriversi in una scuola di formazione
solo dopo avere trovato un posto di tirocinio. L'impostazione di questo
modello si basa sul contratto di tirocinio che è una forma
particolare del contratto di lavoro individuale. Questo contratto
regola il tipo e la durata della formazione professionale come pure
il tempo di prova, il tempo di lavoro, il salario e le vacanze. Nel corso delle discussioni non si è entrati nei dettagli dell'organizzazione di un settore formativo di tipo nuovo imperniato sul tirocinio professionale in azienda, ma si è parlato esclusivamente dell'opportunità di costituire e sviluppare in Italia una formazione strutturata di tipo nuovo comprendente sia un'istruzione generale e teorica che un'esperienza lavorativa, organizzata secondo un programma prestabilito, all'interno di un'azienda. Il gruppo d'esperti ha potuto constatare de visu nel corso della visita effettuata a Lugano nel Cantone Ticino, il cantone italianofono della Confederazione Elvetica, che un simile modello di formazione professionale funziona su vasta scala con risultati qualitativi apprezzabili. Nel Cantone Ticino, che è una regione di circa 350.000 abitanti, nel corso dell'anno 2000, il numero di contratti di tirocinio stipulati tra giovani apprendisti e aziende è stato di 2170 , mentre in tutta la regione del Piemonte, nel corso dell'anno scolastico 2000/2001, nel settore dell'obbligo formativo nelle scuole statali si contavano solo 258 apprendisti. Gli scambi d'opinione su questo punto sono stati condizionati dalla scarsa conoscenza delle modalità di funzionamento di una formazione in alternanza che sollecita le imprese ad assumere una responsabilità formativa. Tra gli interlocutori c'è perplessità e scetticismo sulla possibilità di gemellare la scuola ed il mondo del lavoro. Molti concordano che i contatti con il mondo del lavoro sono carenti e la maggioranza ritiene che la formazione culturale impartita dalle scuole è buona. Basterebbe dunque poco per migliorare il modello, forse solo qualche ritocco. All' I.P.S.I.A. "Ascenzio" di Palermo come pure all'I.T.I. "Cosentino" di Marsala si è manifestata una grande perplessità riguardo alle possibilità d'incentivazione di forme d'alternanza tra scuola e lavoro perché il mondo del lavoro è "un abbonato assente", che non risponde alle sollecitazioni della scuola. Quando non si riesce neppure a trovare le sedi per stages di 120 ore che dovrebbero permettere ai futuri diplomati di farsi almeno una pallida idea di cosa sia la pratica professionale e il mondo del lavoro, oppure quando il 90 per cento o più dei diplomati non trova lavoro nelle aziende della zona, si brancola nel buio e non si capisce cosa possa essere il dialogo e la collaborazione con le imprese nel campo della formazione professionale iniziale. Questa è un'incognita, come lo affermano i membri del consiglio d'istituto dell'"Ascenzio". Al Sud poi si solleva la questione meridionale : se il rapporto scuola-impresa è organico nel Nord, non lo è invece nel Sud, dove per altro vige una situazione economica asfittica che rende di per sé difficile qualsiasi integrazione. In modo sconsolato all'"Ascenzio" si ritiene dunque che l'ipotesi della formazione in alternanza è un "sogno irrealizzabile". Il potenziamento delle strutture aziendali per la formazione è un obiettivo fantomatico che deve pertanto essere abbandonato per dedicare le poche risorse disponibili al consolidamento dell'impianto scolastico, alla modernizzazione dei laboratori, all'aggiornamento dei docenti. Fondamentalmente si ritiene che sia errato potenziare l'addestramento professionale proposto dalle aziende. Il messaggio trasmesso dalle scuole del Sud è chiaro : la priorità va data al miglioramento della scuola statale. Le scuole statali esigono più investimenti e più risorse per tenere il passo con i tempi, per cui si è contrari per principio a qualsiasi dirottamento di fondi per sviluppare o potenziare il settore privato. All'"Ascenzio" di Palermo si avverte che occorre evitare di rifare gli errori commessi con la riforma delle cure psichiatriche, quando si sono smantellate le case di cure prima di avere previsto le strutture complementari necessarie per accogliere e seguire i pazienti messi in strada. Nel consiglio di classe della 1a B dell'"Ascenzio", dove tra l'altro si sperimenta il progetto 2002, una voce si eleva contro le tendenze che indeboliscono la scuola e che ne minano la funzione educativa. Senza dirlo in modo esplicito, si lascia intendere che la formazione in alternanza sarebbe una concessione alle spinte utilitaristiche dominanti nella cultura odierna, un cedimento rispetto al consumismo scolastico che induce a ricercare una maggiore e più facile spendibilità sul mercato dei diplomi e dei titoli di studio, ed a subire la pressione delle famiglie e dei giovani che vogliono subito e presto quel che invece non si può ottenere che con un impegno paziente e perseverante. Anche al "Cosentino" di Marsala si rileva che la formazione professionale è una cosa e l'istruzione tecnica e scolastica un'altra. La prima è in mano ai privati ed è ben diversa dalle scuole professionalizzanti. Si riconosce però anche che l'esperienza professionale negli istituti è insufficiente. Le risorse vanno in ogni modo prioritariamente investite nelle scuole e non in un fantomatico tirocinio che avvantaggerebbe il settore privato. I docenti del consiglio di classe del secondo anno di odontotecnica dell'I.P.S.I.A. dell'Aquila ritengono non solo utopico ma impossibile la realizzazione in Italia di un sistema di formazione in alternanza che combini tirocinio in azienda e periodi d'istruzione scolastica. "Le aziende sono scomparse", si afferma, "sia fisicamente che socialmente", almeno nella zona dell'Aquila. Dicendo questo si allude soprattutto al fatto che le aziende hanno poco interesse per la formazione. Nel consiglio d'istituto della stessa scuola la possibilità di reintegrare l'apprendistato nell'obbligo scolastico evoca il ricordo dell'avviamento professionale e si paventa pertanto il ripristino del ghetto dell'avviamento. Le difficoltà scolastiche di molti studenti che hanno perso qualsiasi motivazione per l'istruzione, non solo, ma che hanno neppure assimilato i rudimenti della lettura e della scrittura in otto e magari più anni di scuola, passano in secondo piano di fronte ai dogmi pedagogici. La presenza di una proporzione considerevole di studenti che alla fine della scuola media non riescono né a leggere correttamente un testo, né a comprenderne il senso, né a ritrovare un'informazione in una pagina, sembrerebbe irrilevante. Eppure, come vedremo tra poco, questa realtà è sotto gli occhi di tutti ma la sua drammaticità non è tale da indurre ad un ripensamento radicale e ad una revisione critica del modello formativo dell'istruzione tecnica e professionale. Per ovviare a questo particolare problema che non è però affatto secondario del punto di vista dell'equità, nel Cantone Ticino si è impostato invece un modello di formazione specifica detta formazione empirica, adatta ai giovani che sono dotati soprattutto praticamente ma che non sono in grado di seguire un'istruzione tecnica o professionale esigente. Per i giovani deboli dal profilo scolastico questa formazione empirica rappresenta una valida forma di ricupero e di valorizzazione dell'immagine di sé. Siamo ben lungi dal ghetto professionalizzante ed umiliante nel quale si rinchiuderebbero questi giovani, ma bisognerebbe vedere all'opera queste scuole per capire che la realtà del terreno è molto più complessa e ricca di stimoli di quanto non se lo immaginano molti docenti che operano dentro gli istituti scolastici. Al "Giulio" di Torino, consiglio di classe della 4a, l'articolazione tra stato e regioni nell'ambito della formazione professionale è un esito ipotizzabile e fattibile, sempreché si attuino le passerelle entro i vari tipi di formazione, regionali o statali che siano. Si ammette che i compartimenti stagni non sono giustificabili e che sono nefasti per gli studenti, ma per passare dalla teoria alla pratica ci vogliono risorse, strutture di accompagnamento, persone convinte della fattibilità del progetto. L'osmosi tra vari tipi di formazione e tra l'istruzione liceale e quella professionalizzante non va da sé, non si regola spontaneamente. La formazione in alternanza, con la possibilità di svolgere lunghi tirocini professionali nelle aziende, è invece vivacemente contestata nel consiglio d'istituto del "Giulio", dove si riformulano le obiezioni sollevate all'Aquila : l'alternanza scuola/lavoro sarebbe una modalità di formazione al servizio della produttività, che sacrifica lo sviluppo armonioso della persona sull'altare del rendimento immediato. Si tratta dunque di un calcolo a corta scadenza, di una speculazione sulla pelle dei giovani. "E' un danno mirare alla produttività" afferma un membro del consiglio d'istituto. "Si tratta di creare cultura non per lavorare". Risuonano in questi interventi i temi di memorabili lotte del passato che hanno contrapposto il lavoro alienante all'ozio liberatorio della cultura emancipatrice. Mi sembra sia difficile incontrare altrove, fuori d'Italia, ritornelli del genere. E' come il festival di San Remo, mi viene da pensare in modo, lo confesso, alquanto irriverente, che è una manifestazione canora conosciutissima in Italia ma del tutto ignorata all'estero, proprio come lo sono gli argomenti fatti valere un po' ovunque per difendere la scolarizzazione ad oltranza della formazione. Tra i membri del consiglio del "Giulio" c'è però anche chi dissente da queste posizioni e che ricorda ai presenti la mancanza di operai qualificati, la pochezza delle esperienze professionali dei diplomati, che sono preparati più per l'università che non per l'entrata nel mondo del lavoro. Il gruppo d'esperti ha avuto modo di visitare nel limitrofo Cantone Ticino il centro di formazione professionale di Gordola, nei pressi di Locarno, gestito dalla società svizzera impresari costruttori, sezione Ticino. In primo luogo, abbiamo potuto constatare che gli impresari costruttori sono tutt'altro che sordi sui temi della formazione iniziale, del perfezionamento e dell'aggiornamento professionale. Questo centro è infatti co-gestito da 12 associazioni professionali che cooperano nell'organizzazione dei corsi d'introduzione, nella formazione pratica dei tirocinanti e nella messa a punto dei programmi d'aggiornamento professionale. In questo caso, l'osmosi tra settore pubblico ed iniziativa privata ha permesso di costruire, e sviluppare un luogo di formazione di grande qualità, nel quale si svolge in primo luogo la formazione di base dei tirocinanti in 27 professioni edili diverse, tutte raggruppate in un unico sedime. Il centro offre non solo la formazione iniziale ma anche una formazione specialistica nel settore dei mestieri dell'edilizia che è sancita da esami riconosciuti in virtù della legge sulla formazione professionale. Attraverso un trafila prettamente professionale si può conseguire un titolo come quello di impresario costruttore la cui spendibilità sul mercato del lavoro è equivalente a una laurea o a un diploma di una scuola universitaria professionale o di un istituto professionale superiore.
L'altra novità della nostra proposta di riassetto sistemico della struttura scolastica riguarda la creazione della formazione superiore, cioè di scuole e corsi professionalizzanti ad alto livello, specialistici, distinti dai corsi universitari ma di pari grado e valore. L'assenza di questo settore è una delle lacune più gravi dell'attuale impianto scolastico italiano, denunciata più volte anche a livello internazionale. Non si può dire che i messaggi ed i segnali d'allarme per una situazione insostenibile dal punto di vista della formazione siano stati fin qui recepiti dalle autorità italiane. A questo riguardo, vale la pena riprendere in mano la relazione del gruppo internazionale di esperti che ha esaminato nel 1997 la politica scolastica italiana su richiesta dell'allora ministro dell'istruzione Luigi Berlinguer. Nel capitolo sull'istruzione e formazione terziaria si afferma : "il punto debole del sistema italiano è chiaramente l'assenza quasi totale di formazione tecnica a livello terziario. Il problema principale è quello di trovare la migliore soluzione per rispondere ai bisogni tecnologici del paese in particolare la necessità di formare professionisti in grado di rispondere ai bisogni su scala nazionale e mondiale delle imprese internazionali" . Più oltre, si afferma : "Uno dei problemi di maggiore rilievo che il governo italiano deve affrontare è quello delle modalità di organizzazione e di strutturazione del settore terziario non universitario Noi vorremmo raccomandare che l'Italia istituisca un sistema d'istruzione tecnica non universitaria simile a quello che già esiste in molti altri paesi dell'OCSE, segnatamente in Europa, e che rappresenta "una reale alternativa alle Università". Il ministro Berlinguer aveva tentato di risolvere questo problema con la creazione degli IFTS, ma, a detta degli interlocutori incontrati nelle scuole, il modello degli IFTS non corrisponde alle aspettative. Forse è anche prematuro formulare un giudizio dopo pochissimi anni di attuazione, ma si ha la sensazione che gli IFTS non siano proprio il tipo di risposta convincente per preparare i super-periti od i quadri tecnici richiesti dal mercato. Negli istituti ho incontrato un generale consenso sulla proposta di creare un settore di formazione superiore autonomo ed indipendente dalle università. La confluenza nell'alveo universitario di tutti i tipi di formazione ha generato una serie di disagi a tutti i livelli del sistema scolastico. Nei Focus si è poi potuto constatare che anche il settore professionale si lamenta dell'espansionismo universitario nel campo della formazione professionale altamente specializzata. Occorre dunque cambiare rotta ed avere il coraggio di creare scuole di tipo nuovo, con prove di accesso e curricoli chiaramente definiti, che rilasciano diplomi professionali superiori. Solo al "Cosentino" di Marsala si è manifestata una grande perplessità di fronte a questa proposta, ma più per ragioni politiche che educative. Se la realizzazione della formazione professionale superiore dovesse essere affibbiata alle regioni, si è detto, in Sicilia il fallimento sarebbe assicurato. La prospettiva della regionalizzazione incute invece meno timori al preside dell'I.P.I.A. dell'Aquila che sottolinea i rischi di un sistema nazionale. Il collegamento con il territorio è indispensabile nel settore della formazione dove si deve tenere conto delle peculiarità economiche e culturali di ogni regione. Probabilmente, le vicende della sua scuola, costretta ad adattarsi ad un contesto economico in piena mutazione, hanno avuto un'incidenza sulle opinioni di questo preside. Nel consiglio di classe della Va indirizzo elettrico dell'I.P.I.A. dell'Aquila, si vede invece di buon occhio la proposta di creare istituti di formazione superiore che offrano ai diplomati uno sbocco alternativo e più professionalizzante che non quello universitario. Le perplessità riguardano piuttosto l'anno di transizione, le sue modalità di attualizzazione. La riduzione di un anno dell'istruzione professionale, da cinque come finora a quattro, non solleva resistenze particolari. Commenti ironici a questo proposito sono stati formulati soltanto nel consiglio d'istituto del "Giulio" a Torino, ma in genere, la prospettiva di una riduzione di un anno della formazione non ha provocato opposizioni pregiudiziali. Si pongono molte domande sull'anno di transizione e di preparazione alle prove d'accesso ai corsi universitari od alla formazione professionale superiore. Sulla necessità di queste prove tutti sono d'accordo. Si ritiene pure che i moduli di preparazione non dovrebbero essere obbligatori, tranne nel caso della transiziona dai licei alla formazione superiore, perché in questo caso si tratta di ricuperare la formazione tecnica, professionale e manuale che manca ai liceali. Nella Va dell'indirizzo elettrico dell'Aquila la preoccupazione principale suscitata dalla decurtazione degli studi tecnici concerne il rischio di perdita di posti di lavoro per i docenti, la cogestione dei corsi propedeutici con le università e le scuole superiori, l'ubicazione dei corsi e la loro natura. Alcuni membri del Consiglio d'istituto del "Giulio" di Torino contestano la pertinenza della proposta di portare a quattro anni la durata dell'istruzione tecnica e professionale di base e di ridurre quindi di un anno, rispetto alla soluzione in vigore, la durata dell'istruzione secondaria di secondo grado. Il cambiamento proposto è recepito come un "escamotage" poco convincente, che mira ad imporre un modello di scuola utilitaristico, subordinato agli interessi del mondo economico. La necessità di procedere ad un allineamento ai modelli in auge in Europa è ritenuta un argomento pretestuoso. Qua e là c'è insofferenza per questi paragoni : bisognerebbe smetterla di tirare in ballo l'Europa ad ogni piè sospinto, si afferma, per legittimare soluzioni poco convincenti od opportunistiche. La riduzione di un anno indebolirebbe la preparazione proprio mentre si dovrebbe fare il contrario. Come conciliare la pretesa di tirare verso l'alto la formazione, quando poi la si decurta di un anno ? Questa soluzione sarebbe un controsenso, che si corregge inventando un anno fasullo di transizione, la cui sola giustificazione sarebbe quella di evitare licenziamenti in massa di docenti in esubero. I maggiori consensi per la creazione di un settore terziario altamente professionalizzante, distinto da quello universitario, sono espressi nel consiglio d'istituto dell'"Enzo Ferrari" a Susa. In questa sede, giovani laureati o assistenti al Politecnico di Torino spiegano, anche in base alla loro esperienza professionale, che uno sbocco del genere è indispensabile se si desidera formare un'élite operaia, altamente qualificata e competitiva. Le università non hanno questa vocazione e nemmeno le attrezzature adeguate per accogliere i diplomati e fare loro compiere un percorso di specializzazione con corsi teorici avanzati, intercalati con un'esperienza effettiva nella ricerca applicata. D'altra parte gli IFTS, finanziati dalle regioni, non sono la soluzione che ci vorrebbe : offrono corsi brevi che nessuno sa esattamente in cosa consistano e la cui spendibilità sul mercato del lavoro è più che dubbia. Gli IFTS "hanno procedure allucinanti e non si sa cosa rilasciano". Nel consiglio di classe della Va del liceo scientifico-tecnologico del "Ferrari", raccolgo voci però diverse da quelle sentite nel consiglio d'istituto. Qui siedono docenti che devono preparare all'esame di stato e che sono direttamente confrontati con il problema della transizione dalla scuola al lavoro o con quello del passaggio dal liceo all'università. I docenti non hanno che scarse e imprecise informazioni sulle scelte dei loro studenti dopo il conseguimento del diploma : taluni si iscrivono in giurisprudenza, altri in psicologia, o al politecnico. Di più non si sa. I docenti sono tra l'incudine ed il martello : devono impartire una formazione che apra le porte agli studi universitari ma nel contempo insegnano in un istituto a vocazione professionalizzante. Il disagio è sensibile. Per questa ragione, la distinzione tra liceo tecnologico e istituti di formazione raccoglie generali consensi nel consiglio di classe. Più perplessità invece sono espresse sulla compressione del corso da 5 a 4 anni e sull'organizzazione dell'anno propedeutico alle prove d'accesso all'istruzione terziaria, universitaria o meno che sia. Per un verso le obiezioni sono simili a quelle formulate dai colleghi della quinta dell'I.P.I.A. dell'Aquila : chi gestisce quest'anno ? Dove si svolge ? Chi lo organizza ? Chi vi insegna ? La co-gestione con le università e la formazione superiore sembra un progetto ambizioso, difficile da attuare : "le università sono chiuse; non si fanno influenzare dai docenti delle scuole secondarie superiori". Non si crede alla possibilità di implementare un anno del genere, ma si sottolinea pure l'aspetto positivo della libertà di scelta dello studente che decide liberamente se iscriversi o meglio ai corsi di approfondimento e di preparazione alle prove d'accesso all'università. La perdita di un anno è invece più difficile da digerire, come lo si è visto anche al "Giulio" di Torino. Si ritiene infatti che la quantità di nozioni scientifiche/tecniche da trattare sia tale da essere difficilmente comprimibile in quattro anni. Soprattutto però si teme per il prezzo da pagare sul piano della formazione culturale. I docenti tengono molto a questa funzione e sono propensi a sopravvalutarne il valore e l'importanza e quindi propendono per una permanenza prolungata nella scuola. Il gruppo di esperti si è recato nel Cantone Ticino per studiare il modello di un istituto di formazione professionale superiore creato a fianco dell'università per impartire una formazione tecnica d'alta specializzazione. Il sistema della formazione professionale continua comprende nel Cantone Ticino non uno ma due tipi di formazione superiore : · Le scuole superiori di grado terziario (per esempio la scuola tecnica superiore, la scuola specializzata d'arti applicate) · La scuola universitaria professionale della Svizzera Italiana (SUPSI) A queste scuole si accede di norma dopo il diploma e previo superamento
di un esame d'ammissione. L'iscrizione è possibile anche con
una maturità liceale ma non direttamente, perché in
questo caso si esige un anno di pratica. La durata dell'insegnamento
è di regola triennale a tempo pieno o quadriennale a tempo
parziale. La SUP della Svizzera italiana comprende cinque dipartimenti e tre
istituti : Le scuole universitarie professionali hanno un orientamento pratico, d'applicazione, a breve termine, dei risultati della ricerca fondamentale, in collaborazione con le piccole e medie imprese. Le SUP svolgono ricerche in collaborazione con le aziende del settore privato, gli enti e le amministrazioni pubbliche, e offrono consulenze e servizi. Esse rappresentano un tipo moderno di scuola, che raccorda il mondo accademico e quello della formazione con quello delle aziende. 7. Un grave problema a monte : le competenze fondamentali acquisite alla fine della scuola media La proposta di mantenere la scuola media triennale innestata su una scuola elementare quinquennale non ha suscitato commenti particolari salvo nel consiglio d'istituto del "Giulio" di Torino dove una voce ha fortemente deprecato la sospensione della riforma dei cicli avviata dal Ministro Berlinguer e l'abbandono della formula del 7 + 5. Occorre anche dire che l'oggetto in discussione nella serie d'incontri con gli istituti professionali non era l'organizzazione della scuola di base, né la riforma dei cicli, ragione per la quale non si è quasi mai parlato di questo tema nel corso degli incontri in questo tipo di scuole. D'altra parte, l'ipotesi di potenziare il settore della formazione con una valorizzazione della sua specificità professionalizzante implica una distinzione marcata tra l'indirizzo d'istruzione generale che ha come sede naturale i licei e l'indirizzo tecnico-professionale che si svolge negli istituti professionali. Questo significa che alla fine della scuola media, gli studenti dovrebbero essere nella condizione di potere operare una prima scelta tra due indirizzi diversi : uno professionalizzante ed uno accademico. Questo non significa effettuare scelte definitive non più modificabili. Sarebbe infatti eccessivo pretendere che alla fine della scuola media tutti gli studenti abbiano un'idea chiara sul loro futuro ed abbiano già un progetto professionale ben preciso in testa. Succede in taluni casi, ma non sempre. Spesso questo percorso prende più tempo, richiede riflessioni ed esperienze diverse. La transizione dalla scuola media alla secondaria superiore rappresenta un momento importante di questo percorso che va quindi seguito con attenzione e facilitato dalla scuola. Orbene, se la distinzione tra istruzione generale ed istruzione professionale è labile, non si facilita di certo la scelta degli studenti né si semplifica il compito dei docenti. In ogni modo, a questo punto appare la questione dell'orientamento scolastico che è uno dei punti dolenti della scuola media attuale per quasi tutti i docenti incontrati nel corso di questo viaggio. Ricorrente infatti la denuncia degli alti tassi di dispersione alla fine del primo anno del triennio d'istruzione professionale e tecnica. Molti giovani escono dalla scuola media impreparati e disorientati. La scuola media, così com'è, non è una scuola d'orientamento ne aiuta gli studenti a prefigurare quali indirizzi di studio prediligere per valorizzare i propri talenti od i propri interessi. I problemi si sono aggravati quando l'obbligo scolastico è stato esteso al quindicesimo anno. Questa decisione ha indotto una proporzione elevata di studenti ad iscriversi negli istituti per completare l'obbligo scolastico senza per altro avere nessuna intenzione di frequentarli dopo il compimento del quindicesimo anno. Nel consiglio di classe della 1aB dell'"Ascione" di Palermo si ricorda che l'obbligo scolastico è stato travisato con la legislazione in corso. Il problema infatti non è quello di andare a scuola per un certo numero di anni ma di acquisire un determinato bagaglio di competenze indispensabile per sopravvivere in una società complessa come quella odierna. Ora, sembrerebbe che si è fatto il contrario di quanto si sarebbe dovuto fare : si sono abbassati i livelli minimi d'apprendimento, si sono allentate le esigenze per rendere la scuola apparentemente più efficace, più utilitaristica, più tollerabile, in un clima di consumismo generalizzato. In un certo senso i docenti della 1aB che accolgono gli studenti delle medie e che sperimentano con loro forme di ricupero e di approfondimento nell'ambito del progetto 2002 dicono a modo loro che la scuola ha perso la bussola. Questa accusa diventa molto più pungente a qualche chilometro di distanza, al "Cosentino" di Marsala. I docenti di un'altra prima, la 1aA, constatano che molti studenti che escono dalla scuola media hanno livelli conoscitivi bassi, leggono male e comprendono poco quello che leggono. Con l'estensione dell'obbligo a 15 anni la loro scuola è diventata un posteggio dove si trovano "gli scarti della media". Una docente ricorre ad una metafora terribile che fa rabbrividire : noi siamo un istituto che accoglie i "malati terminali" della scolarizzazione. A questo punto il compito della scuola cambia radicalmente : non si tratta più né di istruire, né di preparare ad una professione. La scuola non può essere che un'agenzia educativa, un luogo protetto dove studenti allo sbaraglio possono incontrare adulti responsabili che sanno offrire almeno alcuni punti di riferimento fermi in un ambiente caotico, disordinato, sballato. Questa situazione dovrebbe avere delle ripercussioni sul piano delle formazione dei docenti. Le giovani leve devono essere preparate a capire ed a dominare problematiche. Per altro, occorre pure preoccuparsi dei docenti in servizio e fornire loro gli strumenti di sostegno necessari per assolvere funzioni che poco hanno a che fare con gli apprendimenti e le didattiche. Al "Giulio" di Torino, i docenti della 4a A2 ritengono che sia indispensabile una formazione dei docenti diversa per l'indirizzo professionale. "La formazione non può essere la stessa di quella per i licei". Anche gli studenti presenti nel consiglio d'istituto del "Cosentino" a Marsala, si lamentano a proposito della scuola media e deplorano di non essere consultati, come se "si volesse fare i conti senza l'oste". Essi concordano con la diagnosi dei docenti : "la scuola media è male organizzata"; "vi si perde tempo"; "si dimentica persino anche quello che si impara nella scuola elementare". Nel consiglio di classe della 2a odontotecnici dell'Aquila si esprimono constatazioni analoghe : "gli studenti che giungono da noi mancano delle abilità di base : non sanno né leggere né scrivere in modo corretto; sono in difficoltà nei calcoli". "Ci sono studenti che non sanno distinguere i numeri pari da quelli dispari, il semplice dal doppio, eppure sono arrivati fin qui". Il problema non è la bocciatura che in questi casi servirebbe a ben poco. Questi studenti hanno accumulato nel corso degli anni precedenti debiti colossali ormai quasi insolvibili all'interno dello stesso sistema che li ha generati : "Prima di insegnare la teoria del testo poetico in 2a, come previsto dal programma, occorre semplicemente insegnare a leggere, ma non sono sicura di farcela", afferma la docente di italiano. I docenti sono quotidianamente confrontati a questo grande divario tra le indicazioni programmatiche e le competenze degli studenti che siedono nei banchi della scuola. Alla fine di questa per molti versi dolorosa confessione, i docenti sollecitano comprensione e in modo accalorato chiedono che si parli bene di loro, in primis al ministero. "La colpa non è dei docenti" ci dicono. Queste situazioni, che si tenta di arginare con pochi mezzi, scarse risorse, un sostegno insufficiente ed esigua comprensione, hanno cause complesse, avantutto politiche, culturali e sociali. Non c'è rassegnazione in queste parole, né impotenza, ma solo la richiesta di un maggiore rispetto per un compito ingrato e soverchiante. Non ci sono grandi differenze tra i docenti dell'Aquila e quelli di Marsala. Anche nel consiglio d'istituto del "Giulio" a Torino si insiste molto sul problema dell'orientamento alla fine della scuola media. Al "Ferrari" di Susa, nel consiglio d'istituto, si afferma che "la scuola media non è una scuola di orientamento ma una scuola di disorientamento", come lo dimostra proprio l'altissima percentuale di cambiamenti d'indirizzo nel primo anno del triennio. L'impostazione del biennio finale di scuola media come biennio d'orientamento sarebbe una sfida colossale che si dovrà però a tutti i costi vincere se si vuole ridurre la dispersione scolastica nei primi anni dell'istruzione secondaria di II grado o della formazione secondaria. Mi sono limitato a riassumere i punti salienti riguardanti gli interventi sugli aspetti strutturali dell'istruzione professionale e tecnica. Ho tralasciato di rielaborare altri commenti sui programmi, l'organizzazione dei curricoli, le modalità di valutazione, il disciplinamento dei titoli di studio. In tutte le scuole lo scambio di idee con gli operatori scolastici è stato nutrito, appassionato, vivace. Ovunque ho incontrato docenti motivati ed impegnati. Le difficoltà non mancano, specialmente nel Centro e nel Sud, ma non mi è sembrato di avere di fronte persone demoralizzate e rinunciatarie. Una grande parte di questi docenti lavora moltissimo, si dà da fare per innovare e sperimentare nuovi progetti. Certe scuole funzionano a pieno regime fino a tarda notte, mobilitano dirigenti e personale tecnico ed amministrativo per lunghe ore della giornata. Sono rimasto impressionato dal numero di ore di scuola nell'orario degli studenti e dalla generalizzazione dell'insegnamento di una seconda lingua ovunque, nonostante le carenze nella padronanza della prima lingua. L'assetto dell'istruzione professionale e tecnica mi è sembrato solido. Non tutto però è roseo e ci sarebbero molte cose da fare per potenziarlo e migliorarlo ma non è affatto necessario, per riuscire, smantellare di un sistema che funziona decorosamente e nel quale si sono sviluppate scuole eccellenti, in cui si pratica una pedagogia e una didattica d'avanguardia che è assente nei licei. Il partenariato con le regioni dovrà essere regolato in modo tale da rispettare questa realtà che costituisce un patrimonio indiscutibile della scuola italiana.
I.P.S.C. (ISTITUTO D'ISTRUZIONE SUPERIORE CON AGGREGATO I.P.S.S.C.T.S.
ED I.T.I. - PROFESSIONALE SERVIZI SOCIALI COMMERCIALI E TURISTICI)
"COSENTINO", MARSALA (16 ottobre 2001) Istituto d'istruzione superiore I.P.I.A. l'Aquila, Via Monte S. Rocco,
Aquila (18 ottobre 2001) ISTITUTO PROFESSIONALE DI STATO (I.P.S.)CARLO IGNAZIO GIULIO PER
I SERVIZI COMMERCIALI, TURISTICI E SOCIALI, VIA BIDONE 11, TORINO
(19 ottobre 2001)
FORMAZIONE PROFESSIONALE NEL CANTONE TICINO (SVIZZERA), LUGANO · Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento dell'istruzione
e della cultura Bellinzona |
| Le risposte della Formazione Professionale alle prospettive della
Riforma a cura di Michele Colasanto
La prospettiva di un canale di formazione professionale dai 14 ai
21 anni è risultata condivisa nei suoi presupposti fondamentali:
Pressoché unanimamente è stata richiamata e rivendicata
la specificità della formazione professionale rispetto ai percorsi
formativi. Organizzazione e standard Proprio in vista di questa flessibilità e capacità
formativa, ogni prospettiva di riforma non deve pregiudicare le peculiarità
pedagogiche e organizzative della formazione professionale, oltre
gli stereotipi di scuola di serie B con cui talvolta è ancora
percepita. Si ammette nei centri di formazione professionale della
città di Palermo, di Roma e di Torino, che esistono problemi
di disomogeneità, che impongono con urgenza la definizione
di standard nazionali. Ma è comunque rischiosa ogni predeterminazione
curriculare che non attenga alla sola precisazione di obiettivi formativi
da conseguire. Suscita quindi perplessità l'ipotesi che i percorsi della
formazione professionale possano essere organizzati all'interno di
un unico "contenitore", sia pure regionalizzato. Per concludere L'impressione che si ricava dagli incontri, al di là delle
differenze legate alla specificità dei contesti regionali,
è quella di un'ambivalenza tra interesse per le proposte di
riordino, e sentimenti di perplessità. Si tratta, in altri termini, della generalizzazione di quelle azioni di sistema, concordate tra governo e regioni, che stanno trasformando radicalmente la formazione professionale regionale; azioni di sistema che non possono compensare la "formazione che non ancora non c'è" in alcune regioni del Paese, ma che in termini di logiche organizzative hanno spezzato l'autoreferenzialità che è tipica dei sistemi di istruzione e che, partendo dall'obiettivo di riqualificare l'offerta, danno un peso che non ha riscontri altrove, alla domanda sociale di formazione e alla sua qualità. |
| CAPITOLO II - Le Raccomandazioni del Ministro in discussione
Risposte alla raccomandazione n. 1 Nella sua prima Raccomandazione al lavoro di progettazione e di proposta
circa la revisione della legge 30/2000, il Ministro ha chiesto al
Grl e ai soggetti della società civile interessati a ridisegnare
il profilo del sistema educativo di istruzione e di formazione di
procedere a questo compito, cercando di "ribadire il principio
che il sistema educativo di istruzione e di formazione del Paese è
al servizio della società e del progresso economico se e solo
se è primariamente al servizio della persona di ciascuno e
mira al massimo sviluppo possibile delle capacità di tutti;
in questa prospettiva va collocato l'obbligo di 12 anni di istruzione
e/o di formazione per tutti".
Cominciamo dal mondo giovanile. Sono pervenute, purtroppo, solo due
risposte. Le associazioni degli studenti, salvo una, non hanno ritenuto
opportuno partecipare alla discussione. Gli studenti di Azione Studentesca,
comunque, condividono la Raccomandazione del ministro e la connessione
tra essa e i dodici anni di istruzione/ formazione obbligatoria. Il mondo associativo dei docenti L'Apef (Associazione Professionale Europea Formazione) reputa certamente
condivisibile il principio per cui il Sistema dell'istruzione -formazione,
debba mirare "al massimo sviluppo possibile delle capacità
di tutti", ponendo, però, "attenzione a non commettere
l'errore di quanti hanno scambiato il "diritto alle opportunità"
col "diritto al successo garantito. Logica, questa, cui si sono
ispirati molti dispositivi normativi prodotti nelle precedenti legislature,
e che ha prodotto il pesante abbassamento dei livelli di istruzione
che oggi riscontriamo". Parallelamente, continua l'Apef, "si
ritiene che debba essere fugato ogni dubbio circa il fatto che un
sistema "al servizio della società e del progresso economico",
vada inteso non nel senso di collocarsi acriticamente al servizio
di umori modaioli o di necessità economiche contingenti ( e
la flessibilità insita nell'Autonomia degli Istituti potrebbe
far correre questo rischio) ma nell'essere in grado, in quanto depositario
di valori, di orientare le scelte stesse della società, attraverso,
appunto, la formazione delle "persone"".
Per la Fidae, poi, la persona umana di ciascuno deve risultare "effettivamente"
il "costante e concreto" riferimento di ogni singolo capitolo
della riforma degli ordinamenti scolastici. In questo senso, condivide
l'idea di sostituire al concetto di obbligo quello di "diritto"
all'istruzione e/o formazione sia di 12 anni, "ma eviti il pericolo
che la sua estensione obbligatoria a "tutti" torni a detrimento
della "qualità", e miri al "massimo sviluppo
possibile" delle capacità e aspettative di "ciascuno".
L'Andis è dell'avviso che la Raccomandazione andrebbe così
riformulata: "il sistema di istruzione e formazione del Paese
è primariamente al servizio della persona e mira al massimo
sviluppo possibile delle capacità di tutti, se e solo se contribuisce
allo sviluppo sociale in tutte le sue forme: economico, democratico,
culturale, di convivenza civile; in questa prospettiva si pone l'obbligo
di 12 anni di istruzione e/o di formazione per tutti". Pare riduttivo,
infatti, a questa associazione "pensare esclusivamente ad uno
sviluppo sociale che coincida con quello economico, così come
non può esserci sviluppo della persona se la stessa non viene
collocata in una dimensione sociale in cui si possano sviluppare e
rendere concreti tutti i diritti e i doveri della cittadinanza del
terzo millennio".
"Una delle critiche più radicali che la Cisl Scuola ha
posto alla riforma Berlinguer è stata quella di essere una
riforma priva di contenuti di senso: da noi definita una "riforma
senz'anima"": così esordisce il documento di questo
sindacato. Esso prosegue con un discorso molto articolato, i cui passi
principali sono i seguenti. "Noi riteniamo che qualunque progetto
di nuova scuola non può sottrarsi ad una semplice ma fondamentale
necessità : riflettere sulle finalità che la scuola
deve perseguire come strategiche alla stessa sopravvivenza della società
e poi scegliere i contenuti in grado di assecondare quelle finalità.
In altre parole individuare e dichiarare la "mission" della
scuola e, poi esplicitare come questa "mission" può
essere svolta. Il processo educativo di base deve prevedere un impianto
tanto solido da garantire ad ogni giovane non solo un esteso sviluppo
di conoscenze, ma soprattutto un altrettanto esteso sviluppo di strumenti
di costruzione e gestione delle stesse. Mentre condividiamo l'idea
di considerare il concetto di obbligo (soprattutto se assunto nella
sua configurazione di diritto soggettivo all'istruzione e alla formazione)
come quello di un periodo di educazione di base in senso lato che
si sviluppa fino all'acquisizione della maturità sociale, ci
preoccupa l'uso contrapposto dei concetti di "istruzione"
e "formazione" che consideriamo le "proprietà"
del concetto di "educazione". La realizzazione di tale percorso
può essere affidata, fermo restando il dovere costituzionale
dello Stato di garantire il diritto qualificato e diretto all'istruzione,
anche a soggetti accreditati e che comunque assicurino equivalenti
standard di qualità nell'erogazione del servizio di istruzione
e/o formazione professionale. Pertanto il modello di obbligo, nei
diversi percorsi scolastici e professionali, deve soddisfare le seguenti
condizioni: -centralità dei contenuti culturali che devono
essere largamente presenti in relazione agli standard definiti; -
natura educativa quale dimensione dell'istruzione e della formazione
professionale per la promozione e lo sviluppo armonioso della persona;
-"senso compiuto" ad un qualunque ciclo previsto al suo
interno; - caratteristiche culturali e professionali certificate,
esplicitate e descritte in termini curricolari ed ordinamentali; -
raccordo tra i cicli di istruzione e formazione e quelli tecnico-superiori
ed universitari".
Molte riviste dedicate ai problemi dell'educazione e della scuola
('La rivista della scuola', 'Scuola insieme', 'Scuola e didattica',
'Nuova secondaria') non hanno affrontato in maniera specifica la discussione
della Raccomandazione n. 1. Si può dire, tuttavia, che tutte
le risposte pervenute, in un modo o nell'altro, abbiano dato per acquisito
il significato della stessa. Particolarmente efficace, in questa direzione,
l'ampia Introduzione alle risposte, fornita da 'Scuola Italiana Moderna'
dell'Editrice La Scuola di Brescia. Il documento si può leggere
integrale nel Forum. |
| Risposte alla Raccomandazione n.2 Ferdinando Montuschi
Uno dei dubbi ricorrenti riguarda l'impossibilità di convertire
una esperienza liberamente scelta con una esperienza obbligatoria:
"Lascia piuttosto perplessi l'ipotesi di "valorizzare"
la frequentazione della scuola dell'infanzia triennale come credito
da spendere negli anni dell'obbligatorietà. E c'è a
nostro avviso da domandarsi se non rischia di diventare discriminatoria,
se non altro, contraddittoria, l'accoppata "non obbligatorietà"
e "guadagno" di un credito" (Sei). Le risposte favorevoli alla proposta. Alcune risposte risultano nettamente favorevoli alla proposta di
riconoscere un anno di credito a quanti frequentano il triennio della
scuola dell'infanzia e motivano in modo articolato le ragioni di questa
scelta. |
| Risposte alle Raccomandazioni n. 3 e n. 4 Giorgio Chiosso
Nell'entrare ora nel merito delle riflessioni e proposte occorre
subito sottolineare come gli oltre 40 documenti (di varia estensione
e di varia tipologia) che hanno affrontato e discusso i quesiti n.
3 e n. 4 si segnalino, nel loro insieme, per ampiezza di analisi,
forza propositiva, volontà di partecipazione costruttiva alla
delicata fase di transizione che percorre il sistema scolastico nazionale.
La diffusa disponibilità all'innovazione graduale e guidata
dal realismo delle cose che si "possono fare" (e non dall'utopia
di quelle futuribili, salvo qualche isolato caso) documenta il grande
serbatoio di buon senso e di passione educativa su cui, in specie,
la scuola italiana può contare specie nei livelli inferiori
dell'istruzione. In nessun caso la polemica politica prende lo spazio
dell'argomentazione culturale e della proposta pedagogica, pur in
quadro che per sfondi ideali e collocazione politico-sindacale si
presenta, come è ovvio, largamente pluralistico, differenziato
e in qualche caso addirittura frastagliato. Per la scuola di durata ottennale Questi motivi in genere condivisi (anche se, come si dirà
più avanti, non mancano alcune tesi modulate in forma diversa)
si traducono tuttavia sul piano delle scelte progettuali in soluzioni
differenziate, configurandosi, in particolare, tre principali orientamenti.
Dobbiamo ora tenere nel debito conto alcune preoccupazioni espresse
da quanti, pur favorevoli in via generale all'impostazione sugli otto
anni, richiamano l'eventualità che i buoni propositi di continuità
e di organicità enunciati in via di principio possano essere
di fatto frustrati dalle rigidezze istituzionali ed ordinamentali.
L'analisi dei documenti fatti pervenire al Gruppo di lavoro consente
di definire un secondo orientamento che si pone in un orizzonte culturale
e pedagogico del tutto diverso da quello fin qui presentato. Questa
posizione ritiene che il processo riformatore si debba svolgere in
una prospettiva accentuatamente unitaria dai 3 ai 18 anni e, per lo
più, secondo la sequenzialità scandita dalla legge n.
30/2000 ovvero triennio di scuola dell'infanzia (senza tentazioni
anticipanti), settennio di scuola di base, ulteriore biennio di compimento
dell'obbligo d'istruzione ed infine triennio secondario superiore.
Contro l'eccesso di continuità ed unitarietà (e per una precoce scelta) Specularmente opposte alle tesi della massima continuità ed
unitarietà si pongono le riflessioni (siamo così giunti
al terzo orientamento che emerge dalla consultazione) di quanti sono
invece convinti che occorra invertire o correggere la tendenza verso
un sistema scolastico ispirato al principio della continuità
e non condizionato (o non troppo condizionato) da fratture di sistema
che inquinerebbero in modo negativo i risultati scolastici e determinerebbero
ancora troppo numerosi ritardi scolastici. Secondo le posizioni che
ora si illustrano continuità, unitarietà e progressività
non sarebbero ad adattarsi al principio della scuola di significativa
qualità culturale che dovrebbe connotare la scuola secondaria
di secondo grado.
Le risposte pervenute restituiscono la variegata geografia delle
posizioni in campo sulla strategica questione del rapporto tra le
attuali scuola elementare e scuola media (e, conseguentemente, sull'opportunità
e praticabilità della soluzione settennale disegnata dalla
legge n. 30/2000) con una maggioranza contraria sulla scelta compiuta
dal governo di centro-sinistra e favorevole all'autonomia delle due
scuole pur in una logica di sinergico rapporto, e due minoranze, specularmente
opposte tra loro (i continuisti/unitaristi ad oltranza e gli anti-continuisti/unitaristi).
|
| Risposte alla raccomandazione n. 5 Silvano Tagliagambe
8. semplice condivisione dell' ipotesi, così come sono viene
formulata; Indicativa della prima tipologie di risposte può essere considerato
l'atteggiamento dell'UCIIM, che si dice preoccupato della riduzione
del ciclo secondario di II grado a 4 anni, ma mette nel contempo in
evidenza le difficoltà e i problemi che scaturirebbero da altre
soluzioni. In generale si può dire che l'ipotesi prospettata
viene accettata da coloro che condividono l'idea che a 18 anni un
giovane debba avere oggi la possibilità di iscriversi all'università
o di iniziare a frequentare un corso di formazione professionale superiore
e, nel contempo, si oppongono alla riduzione di un anno del percorso
scolastico che precede la scuola secondaria superiore, comunque questo
venga concepito e articolato al proprio interno. L'adesione è
dunque generalmente il risultato dell'accettazione del doppio vincolo
della fissazione a 12 anni dell'obbligo di istruzione e/o formazione
e a 8 anni della scuola di base. Alcune risposte, in questo quadro,
fanno riferimento all'importanza che può avere, nell'ipotesi
di sistema presentata, una forte caratterizzazione in chiave orientativa
dell'ultimo biennio della scuola secondaria di I grado, senza che
ciò comporti alcuna forma di canalizzazione precoce. |
| Risposte alla Raccomandazione n. 6 Michele Colasanto
La condivisione della proposta Ragioni, modalità, condizioni, limiti di un percorso "forte" di formazione professionale che aggreghi l'offerta formativa a valenza dichiaratamente professionalizzante. Le ragioni. In termini generali l'accettazione del percorso di formazione
professionale, così come proposto, si appoggia: Le modalità. Più che sulle ragioni, le risposte positive
si sono però soffermate sulle modalità e sulle condizioni,
anche se il tono complessivo di tali risposte è, sul punto,
piuttosto generale (e generico). D'altra parte l'ipotesi risulta anch'essa
formulata in termini generali, senza riferimenti specifici al "disegno"
istituzionale così come è stato esposto nei Focus group. Le condizioni. A scavalco tra modalità e condizioni, sta il
richiamo, molto sottolineato, alla necessità che la formazione
superiore operi secondo logiche di integrazione rispetto agli altri
canali della secondaria (ed anche dell'università).
Il numero delle risposte che mettono in discussione la proposta,
in termini più o meno radicali, è meno della metà
di coloro che la accettano, ma va sottolineato che tra gli "oppositori"
vi sono soggetti di rilevanza sociale significativa, come Confindustria,
la CGIL, la UIL, la CISL, anche se quest'ultima tende a valorizzare
altri aspetti delle ipotesi di riforma ed è comunque la più
vicina.
Se si ritiene opportuno valutare la proposta di un percorso di formazione
professionale distinto dell'istruzione dai 14 ai 21 anni, alla luce,
oltre che di una coerenza interna, anche di una coerenza esterna (giudizi,
valutazioni, attese degli "attori" interpellati), si può
dire che: |
| Risposte alla Raccomandazione n. 7 Giuseppe Bertagna
L'Acr teme che l'autonomia, se da un lato può garantire, almeno
nelle intenzioni, una maggiore flessibilità di lavoro, la sicurezza
di un attenzione maggiore ai ragazzi, dall'altro si possa tradurre
in una scappatoia per fare ciò che si vuole. Per questo ritiene
"necessario garantire un uniformità che in passato voleva
essere assicurata dall'uniformità dei programmi, ora quello
che deve essere unitario e comune è l'interesse per la vita
dei ragazzi la conoscenza dei loro ambiti, ambienti di vita ma garantendo
a tutti i bambini e ragazzi italiani le stesse opportunità
formative, gli stessi mezzi, gli stessi strumenti, le stesse competenze,
un 'minimo' irrinunciabile, per tutti; quale sia il valore soglia
sarà la scuola a dirlo ma non da sola :con i genitori, gli
studenti, gli insegnanti, ma anche, ci piacerebbe, le realtà
educative che sul territorio possono dire e far sentire, risuonare,
il pensiero ,la voce dei ragazzi"
Secondo il Coordinamento Genitori Democratici bisogna opporsi "ad
ogni possibile tentativo di eliminare il valore legale del titolo
di studio, pur ritenendo che esso debba essere ancorato ad un reale
accertamento di abilità e competenze definite da standard nazionali".
In una prospettiva impositiva più che libera e facoltativa,
essi ritengono altresì "che la quota di curricolo locale
a disposizione delle scuole dell'autonomia (valutabile in circa 300
ore annuali), debba essere svolta da tutti nell'istituzione scolastica
o nella rete di istituzioni scolastiche e non presso agenzie formative
esterne per il difficile accertamento di qualità e per il carattere
discriminante che la scelta potrebbe implicare".
L'Aimc ha riflettuto sulle implicazioni contenute nella Raccomandazione,
le ha integrate con l'intervento del Ministro alle Camere e con le
risultanze dei Gruppi Focus cui ha partecipato, ed è pervenuta,
sul nostro problema, a queste conclusioni. "Se la curricolazione
è azione delle scuole quale espressione della loro autonomia,
è altresì indispensabile, per la tenuta nazionale del
sistema e per garanzia perequativa, che essa si collochi all'interno
di piani di studio nazionali costituenti un alveo certo ma non "ingessante".
La dimensione nazionale e la dimensione territoriale devono trovare
coerente integrazione nella costruzione dell'offerta formativa che
costituisce il "luogo" di prospettiva unitaria dove convergono
e cooperano docenti, genitori, studenti, istituzioni e mondi del territorio".
Riferendosi, questa volta, non tanto alla Raccomandazione in senso
stretto. Ma all'intervento del Ministro alle camere, l'associazione
osserva che "i tre livelli (nazionale, regionale e di scuola)
individuati dal Documento del Ministro sembrano incidere anche nella
ripartizione delle "quote" componenti il curricolo con il
rischio, da tenere sotto controllo, di frammentare anziché
di integrare. I percorsi ed i completamenti personalizzati da parte
delle famiglie e degli studenti, proposti dalla consultazione (questa
volta la consultazione promossa dal Grl, n.d.r.), certamente rispecchiano
sia l'esigenza di costruire curricoli "su misura", sia l'attuale
momento che vede la scuola consapevole di non poter da sola coprire
l'intera funzione formativa. D'altra parte però contengono,
almeno come sono presentati, una possibilità di scivolamento
verso la polverizzazione dei percorsi su base individuale fino a lambire
ipotesi di descolarizzazione. E' indubbio che nel curricolo di ogni
scuola devono essere presenti, in misura molto maggiore rispetto al
passato, percorsi costruiti anche in partenariato con altri soggetti
formativi ed elettivi per le famiglie e per lo studente; anche da
qui passa la valenza orientante del curricolo. Altra cosa però
è pensare a percorsi formativi collocati del tutto fuori dalla
scuola pur restando a quest'ultima l'atto di certificazione delle
competenze. Siamo dell'avviso che un portfolio formativo personalizzato
possa essere costruito anche attraverso i curricoli proposti dalle
scuole. Un ulteriore motivo di preoccupazione deriva anche dalla praticabilità
di quanto proposto. Come può la scuola esercitare una corretta
certificazione senza essere troppo cogente, quindi fortemente selettiva,
né troppo evanescente fino a ridursi ad una sorta di "ufficio"
che firma attestati di pura frequenza? Ma anche se la scuola riuscisse
ad individuare una postazione di grande equilibrio dovrebbe comunque
limitarsi ad accertare solo esiti, nulla avendo da dire sui processi.
Esiti e processi non possono essere totalmente disgiunti".
L'Aie (Associazione Italiana Editori) considera "la predisposizione
di piani di studio nazionali, per entrambi gli ambiti, scolastico
e professionale, irrinunciabile garanzia per l'offerta di pari opportunità
a tutti i cittadini e per la salvaguardia sia della libertà
di movimento da regione a regione, sia di una auspicabile comparabilità
di risultati secondo gli standard di certificazione non solo sul territorio
nazionale ma anche a livello europeo". "Ciò sarà
vero a maggior ragione, continua, se i piani di studio e i percorsi
formativi saranno culturalmente rapportati alla nostra tradizione
ed al tempo stesso aperti ad una visione non puramente localistica
o nazionalistica dei saperi, delle dinamiche economiche, dei modi
di produzione: il che, tra l'altro, rientra nella nostra storia".
L'Aie fa poi notare che "la identificazione di rilevanti quote
di curricolo da sviluppare obbligatoriamente sia negli indirizzi scolastici,
sia in quelli di formazione professionale è la condizione necessaria
per una aggregazione della domanda tale da promuovere offerte editoriali
qualitativamente valide a prezzi contenuti. Una condizione oggi in
grado di attivare una qualificata offerta per la scuola, ma non per
le attività regionali di formazione professionale, e per lo
stesso post secondario dove gli strumenti didattici mancano. La diversificazione
dell'offerta editoriale non si attua tanto attraverso la differenza
degli argomenti, ma nella impostazione e nell'organizzazione delle
trattazioni e negli apparati di supporto allo studio, che vanno incontro
alla libertà di insegnamento e ai diversi stili di apprendimento.
E' evidente che nei singoli testi vi possono essere accentuazioni
di contenuto che aprono la strada ad ulteriori approfondimenti o ad
estensioni verso altre discipline. In questi casi l'autonomia delle
scuole può avvalersi di opere più specialistiche, di
volumetti integrativi, di raccordi con biblioteche scolastiche e locali,
di materiali su supporto elettronico (on e off line) prefigurando
un arricchimento del curricolo che nasca dalla concreta esperienza
di studio e che si avvalga di testi qualitativamente validi".
La Cgil scuola si dichiara " perfettamente d'accordo" sull'idea
che " accanto a curricoli nazionali obbligatori, si utilizzino
gli strumenti previsti dall'art. 8 del Dpr. 275\99". Non è
chiaro, però, per questo sindacato " il significato pratico
della seguente affermazione: 'consentire più di ora percorsi
e completamenti personalizzati da parte delle famiglie e degli studenti',
dato che ciò è già previsto dalla normativa vigente".
Esprime comunque il proprio dissenso " se ciò significa
l'obbligo a soddisfare qualsiasi richiesta dell'utenza, con il rischio
di trasformare le scuole in un supermercato dell'offerta formativa".
Anche per quanto riguarda la verifica comparativa nazionale dei risultati,
la Cgil esprime una adesione ed una preoccupazione. L'adesione è
che ciò possa avvenire adoperando " una rete di persone
competenti, in grado di aiutare le scuole a migliorare le proprie
prestazioni, in un intreccio tra valutazione esterna ed autovalutazione".
La preoccupazione riguarda il fatto che nella valutazione comparativa
non si tengano conto dei " fattori che incidano sugli esiti formativi,
quali la diversa situazione di partenza dei discenti, le risorse umane
e professionali, le strutture, le risorse del territorio".
Anp ricorda che "autonomia significa anche che la scuola può
diversificare l'offerta secondo i bisogni del suo territorio di appartenenza,
degli enti e dei soggetti che vi interagiscono. Per questa ragione,
oltre alla possibilità di "interpretare", secondo
le sue scelte, il core curriculum, deve avere spazi consistenti di
progettazione, anche in raccordo con altri (reti). In questo quadro
è necessario considerare i nuovi poteri che le Regioni hanno
assunto a seguito della riforma dell'art. 117 della Costituzione che
le porterà ad interagire con maggiore forza con le scelte delle
istituzioni scolastiche". A questo riguardo, l'Associazione "considera
con favore la nuova dislocazione di poteri in merito all'istruzione,
ma al tempo stesso ritiene necessario che essa abbia luogo all'interno
degli spazi curricolari attualmente di competenza dell'amministrazione
centrale e non comprimendo i margini di autonomia delle singole istituzioni.
Verso tale indicazione convergono, del resto, sia la lettera del nuovo
testo costituzionale, sia la considerazione che l'autonomia didattica,
per essere efficace, deve potersi modellare sui bisogni formativi
delle persone e non su quelli espressi dagli aggregati di sistema,
sia pure a livello decentrato. E' necessario per questo salvaguardare
e rafforzare l'autonomia delle scuole assegnando loro quote maggiori
rispetto all'attuale 15% di flessibilità curricolare, in quanto
queste consentirebbero una diversificazione effettiva dell'offerta
formativa per rispondere più e meglio ai bisogni degli alunni".
'Vita dell'infanzia' e l'Opera Nazionale Montessori ritengono essenziale
il richiamo all'art. 8 che contempera piani di studio nazionali e
piani di studio locali."Pur tuttavia è auspicabile che
questo nuovo orizzonte sia portato ad un'ampia ed approfondita discussione,
per chiarire che la quota locale sia spesa indirizzandosi sempre a
saperi durevoli e fondamentali ". Bisogna evitare il rischio
di piani di studio che autorizzino il ' tempo perduto'. |
| Risposta alla Raccomandazione n. 8 Norberto Bottani
Reale e ideale Una verifica sul terreno del grado di attuazione dell'autonomia scolastica non è richiesto da nessuno. Solo la casa editrice Le Monnier segnala la presenza di una forte divergenza tra la normativa e quanto si pratica nelle scuole, almeno in materia di curricoli. Molti pareri lasciano intendere che l'autonomia è ormai un fatto compiuto in Italia. Da questo punto di vista, l'Italia si collocherebbe tra i paesi all'avanguardia che hanno realizzato la riforma dell'autonomia nel corso di quest'ultimo decennio, dando luogo a dibattiti procedurali carichi di tensioni che hanno prodotto numerose indagini scientifiche sul terreno tese a verificare la pertinenza delle ipotesi di partenza. Nulla di simile è però successo in Italia dove l'autonomia invece è stata adottata con bella unanimità, senza esitazioni e soverchie preoccupazioni sulle conseguenze possibili della riforma, anzi con il convincimento generale che questo era il passo da fare per elevare la qualità della scuola, stimolarne l'innovazione, eliminarne le carenze e le insufficienze.
In molte risposte, la raccomandazione non è capita oppure
la risposta si tramuta in una divagazione generica. Eppure, la proposta
di per sé sembrerebbe piuttosto chiara: tradotta in altri termini
essa sostiene che l'autonomia va bene ma a condizione di non mettere
a repentaglio il conseguimento di risultati prestabiliti. Qui si tratta
di standard minimi da conseguire, di obiettivi e/o di competenze che
la scuola si impegna a sviluppare ed a fare apprendere a tutti gli
studenti. In altri termini l'autonomia non significa fare quel che
si vuole in materia di programmi di insegnamento. Non basta imparare
ad imparare, detto in parole povere, ma occorre anche imparare qualcosa
nella scuola dello stato. Da qui l'esigenza di almeno una verifica
che accerti il conseguimento di risultati minimi esplicitamente designati.
Ci si potrebbe anche non accontentare di questa conclusione perché
occorre pure non ignorare il fatto che la legittimazione della scuola
statale deriva dalla garanzia del valore socialmente riconosciuto
dei diplomi, ma quest'aspetto della questione non è sollevato
da nessuno. Per quel che riguarda gli apprendimenti, molte associazioni
dissentono sui vincoli di risultato. Per esempio, " .eco ":
" il risultato finale del percorso scolastico/formativo non deve
fare dimenticare che nell'educazione è importantissimo il processo
di insegnamento/apprendimento (
). Un forte impegno su procedure
e processi porterà anche ragionevolmente anche a migliori risultati,
non viceversa". Il CNADSI ( Comitato nazionale difesa scuola
italiana) invece è favorevole a dare la precedenza ai risultati
sulle procedure ma non fa il collegamento con l'autonomia.
Va rilevato che l'appoggio dato da quasi tutte le associazioni cattoliche
all'autonomia deriva anche da considerazioni strategiche che mirano
a smantellare il monopolio scolastico dello stato per conseguire la
parità effettiva tra scuole statali e scuole non statali. L'autonomia
delle scuole statali è quindi la condizione indispensabile
per mettere sullo stesso piano e trattare equamente le scuole del
settore non statale. Detto altrimenti, solo smantellando il sistema
statale e " privatizzandolo " si realizzerà la parità.
L'argomento sembra ineccepibile ma la vittoria sulla " malattia
" si otterrà, in questo caso, con la morte del paziente,
ossia con la scomparsa della scuola statale. Secondo questa logica,
l'autonomia delle scuole deve essere piena: non va cioè nemmeno
presa in considerazione la cessione anche parziale di una certa proporzione
di competenze in materia scolastica alle regioni. " Il passaggio
dell'attività scolastica dallo Stato alle Regioni...risulterebbe
una soluzione peggiore ". (CIOFS/Scuola).
In conclusione, nei pareri espressi su questo punto traspare una forte reticenza a subordinare l'autonomia ad una verifica dei risultati o ad un obbligo di risultato negli apprendimenti, che è poi la stessa cosa, perché non si possono immaginare vincoli di risultati senza una forma di controllo che li verifichi. Occorre però anche dire che questa posizione è più l'espressione di un'ipotesi teorica che non il frutto di argomentazioni fondate su prove empiriche. Il problema posto è stato dunque trattato in generale in modo astratto, senza agganci con la realtà, senza un'analisi delle ripercussioni a livello sistemico o in una prospettiva diacronica. Nei pochi pareri argomentati prevalgono o considerazioni di parte -- il riconoscimento della parità tra scuola statale e scuola privata -- oppure riprese parziali di teorie sulle procedure decisionali traslate dal settore aziendale a quello scolastico. In una sola risposta si avverte la complessità della questione e si auspica un esame accurato della proposta. |
| Risposte alla Raccomandazione n. 9 Giuseppe Bertagna
Percorsi di pari durate e dignità Le associazioni professionali Secondo il Cidi il profilo professionale del nuovo docente si deve
costruire nell'incrocio di quattro grandi aree di competenza: competenze
disciplinari aggiornate alla cultura del novecento: padronanza del
proprio sapere disciplinare, consapevolezza dei nuclei centrali delle
discipline e delle loro aree di confine; competenze relative alla
mediazione culturale: capacità di utilizzare le discipline
a seconda dei livelli di scolarità, capacità di progettazione
educativa e metodologico-didattica; competenze psicopedagogiche e
relazionali; competenze organizzative che si esprimono da un lato
nelle attività relative al progetto educativo e dall'altro
nel loro coordinamento. L'insieme di tali competenze identificano
una figura professionale cui va riconosciuta l'unicità della
funzione. Ciò significa che la specificità della professione
è quella dell'insegnamento-apprendimento. Specificità
che, in rapporto ai diversi ordini di scuola, si arricchisce e si
articola per corrispondere ai bisogni e alle caratteristiche delle
diverse tappe di scolarità. Nel quadro dell'unicità
della funzione è importante riconoscere un aspetto dinamico
della professione docente rappresentato dalle varie articolazioni
del lavoro e dall'assunzione di responsabilità, determinanti
per la qualità del "fare scuola", e finalizzate al
miglioramento dell'attività di insegnamento/apprendimento.
Il terreno da privilegiare per il lavoro individuale e collegiale
è quello della ricerca e della sperimentazione metodologica,
disciplinare e didattica, in funzione delle quali andrebbero pensati
l'assetto organizzativo, gli spazi e i tempi della scuola: le istituzioni
scolastiche come centri autonomi di ricerca, sperimentazione, progettazione.
Questo dovrebbe essere il criterio anche per ripensare la formazione
in servizio. Agli insegnanti, per crescere professionalmente, non
servono i grandi piani nazionali di aggiornamento costruiti con logiche
che non rispondono ai loro bisogni. Servono servizi e supporti di
vario tipo: centri di documentazione, biblioteche e laboratori, luoghi
di coordinamento e raccordo della ricerca e della riflessione sulla
didattica dove possano avvenire scambi, confronto tra scuole, dove
si possano trovare consulenze qualificate. La voce sindacale La Cgil ritiene che la legge 341 abbia avviato la formazione iniziale
specialistica degli insegnanti, ma non sia sufficiente a corrispondere
alle dinamiche riformatrici in atto. In questo senso " devono
essere superati i punti deboli della legge 341/90 che stanno emergendo
chiaramente: la monodirezionalità dei corsi di laurea di Sfp
e il mancato coordinamento con nuove forme di reclutamento dei docenti.
Il potenziamento dell'identità professionale del lavoro nella
scuola rende necessaria una formazione con un profilo professionale
docente costituito da un sapere (competenze disciplinari e pedagogiche)
un saper fare ( competenze metodologico didattiche e organizzative)
ed un saper essere ( competenze relazionali e di ricerca ), tra loro
correlate ed interagenti". Secondo la Cgil è necessario
inoltre uno sviluppo del rapporto scuola università che può
avvenire sia favorendo l'inizio o la ripresa di percorsi formativi
universitari da parte dei docenti in servizio, sia assegnando crediti
professionali per l'accelerazione di carriera. Quanto alla durata
della formazione iniziale di tutti i docenti, la Cgil sostiene che
una formazione iniziale degli insegnanti adatta al tempo esige che
" pur differenziandosi fortemente in relazione alle specificità
dei piani di studio e delle età evolutive, debba essere sostanzialmente
equivalente sul piano della durata, al fine di porre le condizioni
per un inquadramento unitario della funzione docente ". Tale
durata viene identificata in 5 anni.
Ad avviso dello Cnos scuola dei Salesiani "la formazione dei
docenti e degli operatori di formazione professionale va fatta in
sinergia tra scuole/ centri di formazione professionale ed enti di
formazione accreditati contemporaneamente ai curricoli accademici
o professionali di obbligo". In questo senso va recuperata una
tradizione viva nella scuola elementare, ma assente negli altri ordini
di scuola. Sulle Ssis La Crui difende le scuole di specializzazione e allo stesso tempo
la convinzione di una formazione iniziale dei docenti di durata non
inferiore ai 5 anni ma non superiore ai 6, trovando " il giusto
raccordo tra formazione disciplinare e formazione professionalizzante
nell'ambito della nuova architettura universitaria". Valuta inoltre
positivamente l'esperienza degli insegnanti supervisori del tirocinio
coinvolti nelle Ssis. |